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Dopo le ultime 'purghe', Erdogan giura e accentra tutto il potere su di sé

Le purghe infinite. Domenica 8 luglio il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha firmato l’ordine di licenziamento di 18.632 persone accusate di legami con gruppi terroristici. Una mossa che fa salire a oltre 130 mila il numero di persone colpite da provvedimenti dopo il fallito golpe del luglio 2016.

A perdere il proprio posto di lavoro, da ieri, sono 8.998 agenti di polizia, 3.077 soldati dell’esercito, 1.949 membri dell’aeronautica e 1.126 membri della marina. Oltre ai militari, sono stati licenziati 1.052 dipendenti civili del ministero della Giustizia, 649 dipendenti della gendarmeria, 192 dipendenti della Guardia Costiera e 199 accademici. A tutti verrà sospeso il passaporto, scrive Abc News. Non solo licenziamenti: il decreto prevede la chiusura di tre giornali, un canale televisivo e dodici associazioni. Tra i provvedimenti c’è però anche il reintegro di 148 impiegati statali in un primo momento colpiti da licenziamento.

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L’ultima tornata di purghe?

Le purghe, almeno sulla carta, dovrebbero finire con questo decreto, dal momento che il prossimo 18 luglio scadrà lo stato di emergenza imposto da Erdogan dopo il golpe che non verrà rinnovato. Ma gli osservatori internazionali sono prudenti: “L’ultima, vasta, tornata di purghe è l’ulteriore conferma che non ci sarà alcuna significativa normalizzazione della politica turca nel prossimo futuro”, sostiene Wolfango Piccoli, co-presidente dell’agenzia di consulenze Teneo Intelligence. E anche la promessa di non prolungare le misure di sicurezza post golpe non convince: è uno “sviluppo privo di significato” perché il nuovo sistema presidenziale consentirà a Erdogan di continuare a governare grazie a decreti, come ha fatto negli ultimi due anni, ha spiegato Piccoli a Bloomberg.

Il giuramento presidenziale alla presenza di Berlusconi

Alle 15.30 italiane del 9 luglio Erdogan giurerà in Parlamento nella cerimonia che di fatto sancirà la trasformazione del sistema governativo turco in quello presidenziale. Il 64enne presidente, che governa ininterrottamente dal 2003, è uscito vincitore dalle elezioni dello scorso 24 giugno nonostante l’ultimo, disperato, tentativo delle opposizioni che si erano presentate compatte al voto. La vittoria è però andata ancora una volta al partito di Erdogan, l’Akp (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo).

Devam!

— Recep Tayyip Erdoğan (@RT_Erdogan) 24 giugno 2018

Poi, in serata, è prevista la presentazione del nuovo governo nel palazzo presidenziale di Bestepe, nella capitale Ankara. Una cerimonia a cui prenderà parte anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Presenti anche il venezuelano Nicolas Maduro, l’ungherese Viktor Orban e il kosovaro Hashim Thaci.

Cosa cambia con i nuovi poteri presidenziali in Turchia?

Da più di un anno la Turchia è una repubblica presidenziale, ma è solo con le elezioni di 15 giorni fa che le novità sono effettive. Che cosa cambia? La figura del primo ministro verrà abolita e il numero di ministri scenderà a 16, dai 23 di oggi, scelti interamente dal presidente che potrà anche rimuovere i dipendenti pubblici senza bisogno di approvazione del Parlamento. Avevamo spiegato le conseguenze del voto dell’aprile 2017 in questo articolo. Dal giorno del tentato e fallito colpo di Stato, il 15 luglio di due anni fa, Erdogan ha organizzato un’imponente caccia al nemico, identificato nel predicatore in esilio negli Stati Uniti Fetullah Gulen e nei suoi seguaci. Erdogan e Gulen, un tempo alleati, sono oggi acerrimi nemici. Colpa di una storia che risale al 2013: lo scandalo corruzione che travolse membri del governo di Ankara e per il quale Erdogan accusò Gulen di essere responsabile. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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