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Due farse romane, una “sacra” e l’altra profana

Di Piergiorgio Odifreddi

A Roma, capitale del Bel Paese, in questi giorni si sono viste due tipiche sceneggiate all’italiana. Una da una parte del Tevere, e una dall’altra. O, se si preferisce, una “sacra” (si fa per dire), e l’altra profana. Ma entrambe legate fra loro, indissolubilmente, dall’argomento della politica matrimoniale.

La sceneggiata “sacra” è venuta dal Sinodo dei vescovi, che sono ormai da anni di fronte a un dilemma angoscioso: vogliono continuare a predicare un’ideologia antiquata e anacronistica, visto che per quello sono pagati, ma allo stesso tempo si accorgono che il prodotto non tira più, e che almeno sui temi che li toccano da vicino, i “fedeli” fanno ormai da sé.

Cioè, quando vanno a letto e non vogliono avere bambini, si infilano i preservativi, anche se i vescovi dicono loro che invece bisogna seguire la politica del beato Paolo VI. E quando si accorgono di non andare più d’accordo con il coniuge, divorziano ed eventualmente si risposano, invece di ritenersi condannati a vita ad “amarsi” in maniera indissolubile.

Sulla scia di papa Francesco, che di farse pubblicitarie se ne intende, sembra dunque che abbiano scelto la via della sceneggiata, appunto. Il matrimonio rimane indissolubile, perché il fondatore si è imprudentemente lasciato andare a predicare duemila anni fa una teoria da due soldi, o da trenta denari.

Ma, da un lato, si propone di “snellire” le pratiche per l’annullamento del matrimonio: il quale, evidentemente, per la Chiesa consiste nella firma su un documento, e non nella vita e nei figli condivisi per anni o decenni. Sciogliere il matrimonio dunque non si può, ma si può più convenientemente scoprire di non essere mai stati sposati. Non si sa se ridere o piangere, visto che l’annullamento del matrimonio fa sì che d’un colpo i coniugi scoprano di aver vissuto nel peccato, avendo fatto cose che la Chiesa permette di fare solo agli sposati, e non ai celibi o nubili come gli annullati.

Dall’altro lato, e come se non bastasse, gli ineffabili cattolici che hanno divorziato, e dunque sono andati contro i precetti di Santa Madre Chiesa, vogliono comunque fare la comunione, invece di accorgersi di non essere in sintonia con la Chiesa e diventare adulti, andando per la propria strada. Si è dunque proposto di permetterglielo, purché dimostrino di essersi pentiti.

Evidentemente i vescovi non hanno mai letto Dante, e non sanno che “pentere e volere insiem non puossi, per la contraddizion che nol consente”. Perché l’unico modo per i divorziati di mostrare il loro pentimento, sarebbe non continuare a peccare. Cioè, nella migliore delle ipotesi, tornare con il coniuge precedente. E nella peggiore, divorziare anche da quello presente.

Solo i cattolici possono avere una tale confusione in testa. E infatti è un cattolico il sindaco di Roma, autore dell’altra sceneggiata dalla sponda opposta del Tevere. Questa volta si tratta di matrimoni gay, sui quali per ora i vescovi non hanno ancora le idee chiare: forse perché il beato di domani era pure lui notoriamente omosessuale, all’insegna del solito doppio vincolo.

Marino invece le idee chiare ce l’ha. In Italia i matrimoni gay sono proibiti, proprio a causa dell’opposizione dei cattolici, che a suo tempo fecero addirittura cadere il governo Prodi su un provvedimento al riguardo (i famosi “dico”). Il sindaco di Roma ha però deciso di far finta che non lo siano, e di registrare quelli contratti all’estero, dove vigono altre leggi, meno cattoliche e più civili.

Ma non si capisce per quale motivo, se uno vuole fregarsene della legge italiana, si debba nascondere dietro il dito della legge straniera. Se Marino ritiene di non essere vincolato dal nostro ordinamento, che si metta direttamente a celebrare matrimoni secondo le regole che decide lui. Se invece pensa che un sindaco non sia un legislatore, e debba adeguarsi a quello che il parlamento ha deliberato al riguardo, giusto o sbagliato che sia, lo faccia.

Comportarsi come i vescovi, cioè accettare con una mano le leggi, e violarle con l’altra, è un comportamento catto-italiano che non fa onore né alla prima componente, né alla seconda. E invece, nella Chiesa e nello Stato, siamo nelle mani degli uni e degli altri, e ci tocca mangiare l’indigesta minestra che passa (è ben il caso di dirlo) il convento.

http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2014/10/18/due-farse-romane-una-sacra-e-laltra-profana/

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