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Due morti e centinaia di feriti nel “giorno della rabbia”. Cosa succede nei Territori (e nel mondo)

Esplode la rabbia dei palestinesi e di tutto il mondo islamico nel secondo giorno della “nuova Intifada“, alla quale ha chiamato il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che ha il controllo politico della striscia di Gaza, dopo la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Violenti scontri si sono verificati in tutti i territori palestinesi, provocando due vittime e centinaia di feriti, mentre nei Paesi a maggioranza musulmana, dall’Egitto alla Malesia, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la mossa di Washington, condannata anche dall’Unione Europea. 

Una giornata di scontri

La violenza a Gaza è esplosa in seguito al lancio di tre razzi in direzione di Israele, rivendicato dalle Brigate Tawhid, al quale lo Stato Ebraico ha reagito con un attacco, condotto con aerei e un carro armato, nei confronti delle postazioni dei miliziani palestinesi. Migliaia di dimostranti si sono poi ammassati nelle zone cuscinetto ai confini della striscia, dove due palestinesi sono stati uccisi dai militari israeliani ed è stata registrata una quindicina di feriti. In Cisgiordania, l’area controllata dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, i palestinesi sono scesi in piazza a Betlemme, Hebron, Qalqilya, Ramallah, Nablus e Beit Khanun e hanno lanciato pietre contro i soldati israeliani, che hanno risposto con lanci di lacrimogeni, proiettili di gomma, e in alcune circostanze fuoco vivo. Circa 300, secondo la Mezzaluna Rossa, i feriti, la maggior parte dei quali intossicati dal gas. Proteste anche nella città vecchia di Gerusalemme, dove molti dimostranti avevano partecipato alla preghiera del venerdì nella moschea di al-Aqsa, uno dei luoghi più sacri dell’Islam sunnita. 

I cori dei manifestanti non erano diretti solo contro Trump e Israele ma anche contro l’Arabia Saudita, tornato l’alleato più stretto di Washington in Medio Oriente. “Bin Salman, i palestinesi non saranno mai umiliati”, ha intonato la folla, chiedendo “la caduta dei Saud”. 

Hamas chiama all’unità nazionale. E Abu Mazen è più debole

Se Haniyeh ha chiamato alle armi, al Fatah, la fazione al potere in Cisgiordania, ha invitato i manifestanti a protestare pacificamente. Khalil al-Hayya, uno dei leaderi di Hamas, ai microfoni di Middle East Eye ha però invitato Abu Mazen a unirisi alla lotta: “L’unico modo di combattere la decisione di Trump e formare un governo di unità nazionale. Questo è il primo passo verso una terza Intifada”. Haniyeh ha chiesto ad Abu Mazen di interrompere ogni trattativa con Israele. Il presidente dell’Anp, che è stato invitato da Trump alla Casa Bianca, pur avendo dichiarato che gli Usa non possono più svolgere un ruolo da mediatore, è però visto come una figura sempre più debole, mentre il ruolo di principale paladino della causa palestinese sembra passato al presidente turco Recep Tayyp Erdogan, che lunedì riceverà Vladimir Putin ad Ankara. 

Abu Mazen è sottoposto a forti pressioni anche sul fronte interno: il consiglio legislativo palestinese ha chiesto all’Anp di annullare il riconoscimento dello Stato di Israele su qualsiasi territorio occupato a partire dal 1948. L’Anp ha ribadito che il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence, la cui missione nella regione è stata annunciata da Trump, non è il benvenuto nei Territori. “Non lo riceveremo nei territori palestinesi” ha dichiarato un esponente, Jibril Rajoub, secondo quanto riportato da al Jazeera. L’alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini, che oggi ha incontrato il ministro degli Esteri giordano Ayman Al Safadi, ha annunciato che Abu Mazen parteciperà alla riunione del Consiglio dei ministri degli Esteri Ue il 22 gennaio. Il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato un nuovo appello “alla calma e alla responsabilita’”. Trump invece si vanta su Twitter.

I fulfilled my campaign promise – others didn’t! pic.twitter.com/bYdaOHmPVJ

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 8 dicembre 2017

Proteste in tutto il mondo musulmano

Imponenti manifestazioni contro il proclama di Trump si sono svolte in tutti i Paesi a maggioranza islamica, dall’Egitto (nonostante i limiti posti dal governo alle dimostrazioni di piazza) alla Giordania, dall’Iraq alla Turchia, dal Bahrein al Sudan, in Indonesia, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Malaysia e Tunisia. Immagini di Trump e bandiere americane sono state bruciate e numerosi picchetti si sono svolti di fronte alle sedi diplomatiche americane. E in un comunicato affidato all’agenzia ufficiale egiziana Mena, il Grande Imam di al-Azhar, Ahmed Al Tayyib, massima espressione dell’islam sunnita, ha chiesto ai paesi del mondo islamico, alla Lega Araba, all’Organizzazione della Cooperazione Islamica e alle Nazioni Unite una azione immediata e decisa per “bloccare l’applicazione della decisione Usa di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme”. Trasferimento per il quale ci vorranno più di 2 anni, ha spiegato il segretario di Stato Usa Rex Tillerson nel ribadire che lo status finale di Gerusalemme sarà definito dai negoziati tra israeliani e palestinesi. In Medio Oriente non andrà però in missione lui, bensì Pence, che anche il Grande Imam ha annunciato di non voler incontrare.

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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