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E se il 'modello Westminster' fosse obsoleto?

Considerato per almeno un secolo l’esempio cui tutte le democrazie avrebbero dovuto rifarsi, il Modello Westminster dà da alcuni anni segni di affaticamento. Prima minacciato, nel 1992, dall’idea di introdurre una legge elettorale proporzionale, poi dal ricorso ad un tanto temuto governo di coalizione tra Tory e Liberaldemocratici (prospettiva non da escludere nemmeno questa volta). Infine da una riforma, tentata da Tony Blair e questa volta promessa da Jeremy Corbyn, di abolire la Camera dei Lord.

Caratteristiche

  • Un sistema elettorale maggioritario e non proporzionale
  • L’accentramento del potere esecutivo in governi monopartitici a maggioranza ‘stentata’
  • Un sistema bipartitico
  • Il predominio dell’esecutivo
  • Un parlamento unicamerale
  • Il pluralismo dei gruppi di interesse
  • Un sistema di governo unitario e centralizzato
  • La flessibilità costituzionale
  • L’assenza di revisione giurisdizionale
  • Una banca centrale controllata dall’esecutivo

La competizione elettorale di tipo maggioritario determina il formarsi di un sistema bipartitico, e quindi un sistema in cui vi sono due partiti principali che dominano il panorama politico, entrambi in grado di competere per la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, e quindi disposti a governare da soli, generando la possibilità di un’alternanza di governo. Un sistema bipartitico non esclude chiaramente la presenza di altre formazioni partitiche, ma rende di fatto marginale l’influenza e il peso che questi riescono ad avere in Parlamento e nelle dinamiche politiche nazionali.

Dal punto di vista istituzionale il Parlamento è bicamerale, ma caratterizzato da un bicameralismo talmente asimmetrico che si può parlare di quasi-unicameralismo: le due camere hanno differenti prerogative e composizione e il processo legislativo è concentrato solo in una delle due.

Funziona, non sempre come te lo aspetti

Nella storia inglese non vi sono mai stati solamente due soggetti politici. A lungo ha operato il partito nazionalista irlandese; conservatori e liberali hanno avuto spesso al loro interno correnti e gruppi artefici talvolta di vere e proprie scissioni; il partito liberale non è scomparso dalla scena nemmeno dopo che, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, il Labour Party si è imposto come una delle due formazioni politiche principali; partiti nazionalisti sono sorti in Scozia e Galles nel periodo fra le due guerre; governi di coalizione non si sono avuti solo durante i conflitti mondiali.

Anche la cosiddetta regola del pendolum, ovvero l’alternanza dei partiti alla guida degli esecutivi, è stata tutt’altro che ferrea. Il “pendolo” ha certamente funzionato, fra lo stupore generale degli osservatori internazionali, alle elezioni del luglio 1945, quando il partito di Winston Churchill, eroe della guerra e vincitore del nazifascismo, fu battuto dai laburisti. Ma si è bloccato in tante altre occasioni: negli anni Ottanta durante la lunga “era Thatcher” e successivamente con Tony Blair che ha guidato il Labour alla vittoria in tre elezioni consecutive; ed era successo anche in precedenza.

Crisi e possibile rinascita del modello

Già le elezioni del 2010 hanno segnato una prima inversione di tendenza, grazie alla notevole affermazione della tradizione terza forza del sistema, il partito liberaldemocratico, che ha impedito ai conservatori di conquistare la maggioranza dei seggi nei Comuni, determinando così la formazione del governo di coalizione Cameron-Clegg, sorretto da un accordo politico-parlamentare tra conservatori e, appunto, liberaldemocratici.Adesso le nuove elezioni rischiano di produrre un esito ancor più ignoto per la storia inglese.

Dai sondaggi finora disponibili parrebbe impossibile, per qualunque partito, vincere in un numero di collegi uninominali sufficiente per ottenere una propria maggioranza assoluta nei Comuni. Se le urne restituissero un esito conforme alle previsioni, che parlano di un forzato ritorno ad un governo di coalizione, potremmo considerare ormai “rottamato” il bipartitismo all’inglese. Un assetto multipartitico restituirebbe al Parlamento di Londra quella centralità perduta dalla fine della seconda guerra mondiale, contrassegnata dalla progressiva espansione del ruolo dell’Esecutivo sia nella espressione dell’indirizzo politico che nella stessa produzione legislativa.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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