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E’ un destino, il Natale?

Di Attilio Tempestini –

Naturalmente si tratta di una domanda che non intende contestare, il diritto di ogni persona a credere in una religione ed a rispettarne le date significative; mi riferisco soltanto, alla circostanza che una data del genere risulti una festività per lo Stato. Circostanza cui, va da sé, si potranno trovare motivazioni nel rilievo quantitativo di una religione, nella tradizione e così via. Ma ben si potrà nel contempo fare appello ad un po’ di relativismo: e, a chi intendesse la festività di Natale come una sorta di “diritto naturale”, ricordare sia che nella maggior parte del globo il Natale non è una festa -basti pensare alla Cina, all’India, ai paesi islamici-; sia che in due importanti paesi dell’Europa, quali Regno Unito e Francia, per alcuni anni il Natale è stato “defestivizzato”.

A Londra infatti, ecco negli anni centrali del Seicento la guerra civile fra parlamento e monarchia: guerra che inizia nel 1642 e termina nel 1649, con l’abolizione della monarchia e la decapitazione del re. Orbene, sul parlamento aveva influenza il movimento religioso puritano, perseguitato all’inizio del secolo dalla monarchia e che (leggiamo su www.lastoriaviva.it) era ostile al Natale considerandolo una deplorevole esibizione di fede religiosa, nonché un trait d’union fra chiesa anglicana e cattolicesimo. Cosicché nel 1647 il parlamento stabilisce, che celebrare il Natale è un reato: e reato restò allorché la situazione portò, nel 1653, alla dittatura di Cromwell. Sarà nel 1660 il ritorno della monarchia, a ripristinare la festività.

Insomma, tale festività si può abolire anche in ragione di uno spirito religioso assai intenso, di una religiosità presa assai sul serio. Ben diverse le ragioni per cui, più di un secolo dopo, la si abolisce durante la rivoluzione francese: abolizione che si inquadra in quella di tutte le festività religiose e, ancor più in generale, nell’adozione di un nuovo calendario (oggetto alcuni lustri fa di un interessante opuscolo, a firma di De Paulis, Pontremoli e Salomone).

L’astronomo, che dette vita a questo calendario, fu il giacobino Romme: con una complessiva impostazione sulla quale basti dire che i giorni vengono ripartiti non più in settimane, ma in decadi. Lo spirito –questa volta, antireligioso- dell’iniziativa, Romme lo esplicitava allorché, in uno scambio di battute, attribuì al calendario il fondamentale obiettivo di “far sparire la domenica”; sostituita, in ciascuna decade, da un giorno e mezzo di riposo. Si tornò poi al calendario gregoriano, nei primi anni del nuovo secolo ed in sintonia col Concordato che, in tali anni, Napoleone firmò (ma conviene precisare che le settimane esistevano già in quel calendario giuliano, varato da Giulio Cesare e per il quale papa Gregorio XIII non andò oltre una messa a punto, dovuta alle intervenute consapevolezze astronomiche).

Comunque, da entrambi i lati della Manica l’abolire la festività natalizia fu una decisione con motivazioni riguardanti, la religione. Come vale la pena di sottolineare nei tempi correnti che vedono sia Natale e le altre festività religiose, sia le festività “civili” venire per motivi invece di tipo economico, sempre più incrinate nel loro fondamentale significato di riposo dal lavoro: e, magari, le stesse ditte la cui pubblicità presenta edificanti quadretti, di famiglie nataliziamente riunite, tengono poi aperti i loro negozi impedendo ai propri dipendenti che in tali quadretti si riconoscano, di diventarne personaggi. La legge, promossa dal governo Monti per consentire -in nome del liberismo- queste aperture, in effetti evoca ben più il dickensiano Scroogie, che l’astronomo Romme…

http://www.italialaica.it/news/editoriali/57836

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