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Egitto, se i copti cristiani proteggono i fratelli musulmani

Manifestazione in EgittoManifestazione in Egitto

Daniele Banfi
Rimini

Ci sono storie che fanno fatica a trovare spazio sui giornali. Storie che parlano della bellezza della convivenza tra cristiani e musulmani. Storie che testimoniano che è possibile, nonostante le diversità, superare il male della cieca violenza. “Quando i Valori prendono Vita”: è questo il titolo della mostra presente al Meeting di Rimini in corso in questi giorni. Un viaggio attraverso i fatti accaduti da quel 25 gennaio 2011, data che segna lo scoppio della rivoluzione in Egitto. Circostanze e volti di persone che con i loro piccoli gesti sono state in grado di comunicare un messaggio positivo di unione, al di là delle ideologie politiche, della fede religiosa e della condizione sociale.

 

Una mostra che nasce a Milano grazie al gruppo Swap (Share with all people), un gruppo di studenti originari del nord Africa affascinati dall’incontro con il professor Wael Farouq (di fede musulmana) dell’Università cattolica di Milano. Ragazzi cristiani e musulmani di diversa provenienza alla ricerca del filo rosso che può tenere insieme mondi considerati lontani anni luce. Un’amicizia che diventa l’opportunità per prendere posizione e giudicare ciò che accade sia in università sia nel mondo. È in questo contesto che prende forma la mostra.

 

Uno dei ragazzi presenti al Meeting ci spiega che «la differenza religiosa è sempre stata il pretesto per la violenza ma oggi, a differenza di quanto si possa credere, è lo strumento che gli egiziani usano per proclamare la loro libertà». Il fenomeno sorprendente della rivoluzione egiziana è che ha mostrato in maniera inequivocabile i legami, all’apparenza lontanissimi, tra cristiani e musulmani. E così accade, per esempio, che ad Alessandria al momento della preghiera del venerdì i copti cristiani formano una catena umana che circonda i fratelli musulmani per impedire eventuali attacchi. Un’attenzione subito ricambiata. Vi sareste mai immaginati di vedere dei fedeli di credo musulmano difendere una chiesa cristiana?

 

Piccoli miracoli quotidiani che non fanno notizia ma che sono segno di un cambiamento. Come il caso di Mina Danial, attivista cristiano copto rimasto ucciso durante la rivoluzione. Durante alcune manifestazioni conosce Tareq el-Tayeb, salafita che pronuncia queste parole: «Per la prima volta nella mia vita ho scoperto che non potevo odiare un cristiano. Non potevo mettere la barriera della religione tra me e lui». Una presenza, quella di Mina, capace di cambiare la storia non con un discorso ma con dei semplici gesti. Tareq racconta infatti di aver visto Mina portare acqua ai musulmani in piazza Tahrir affinché potessero compiere le abluzioni prima della preghiera. Un gesto capace di far cadere a Tareq tutti i pregiudizi. «Mina mi ha insegnato cosa sia l’umanità».

 

O come Mohamed El Qorany, meglio noto come Mohamed Kristy, che sebbene fosse musulmano ha deciso di prendere come secondo nome Kristy, in ricordo delle decine di cristiani assassinati nel massacro di Maspero. Rimasto vittima negli scontri dell’1 febbraio 2013, Mohamed, con il suo cambio di nome, ha voluto esprimere l’unità nazionale delle due componenti religiose presenti in Egitto. La mostra racconta questo, un incontro capace di cambiare il mondo generando una nuova umanità. Utopia? Il professor Farouq è categorico: «No, le testimonianze raccolte raccontano che qualcosa è già accaduto».

@danielebanfi83

Fonte

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