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Elezioni americane

Articolo di Paul Krugman (Sole 29.5.16) “Le ragioni (anche spiacevoli) per cui votano Bernie Sanders. La verita’ sui sanderisti” Non c’è solo idealismo puro all’interno della variegata coalizione che sostiene il senatore del Vermont” E articolo di Federico Rampini (Repubblica 2030.5.16) “È arrivato il fascismo” I dilemmi dell’America davanti al tabù finale” LEGGI DI SEGUITO

“”Per usare un aggettivo solo, è una verità complessa: non tutto è negativo, certo che no, ma non è la cristallina sollevazione degli idealisti che i sostenitori più entusiasti di Bernie Sanders si immaginano. I politologi Christopher Achen e Larry Bartels hanno pubblicato recentemente un’istruttiva analisi al riguardo sulle pagine del New York Times. Ecco il capoverso chiave, che probabilmente farà infuriare i sostenitori del senatore del Vermont: «I commentatori che hanno prontamente attribuito il successo di Donald Trump alla rabbia, all’autoritarismo o al razzismo, più che a questioni politiche, hanno passato quasi completamente sotto silenzio il fatto che il consenso in favore di Sanders si concentra in misura significativa non fra i progressisti ideologizzati, ma fra i maschi bianchi delusi». L’obiettivo non è demonizzare, bensì, se vogliamo, disangelizzare. Come qualsiasi movimento politico (incluso il Partito democratico, che è una coalizione di gruppi di interesse),il «sandersismo» è un assemblaggio di persone con una varietà di motivazioni, non tutte piacevoli.
Ecco una lista basata sulla mia esperienza personale:

1.Gli idealisti sinceri: è indubbio che un numero non trascurabile dei sostenitori di Sanders sogna una società migliore, e per una qualunque ragione – forse perché sono molto giovani – è pronto a ignorare argomentazioni pratiche sulla ragione per cui non è possibile realizzare in un giorno tutti i loro sogni.
2.I romantici: questo genere di idealismo scolora in qualcosa che non ha a che fare tanto con la volontà di cambiare la società, quanto con il divertimento e la gratificazione per l’ego che deriva dall’essere parte del Movimento. (Quelli fra noi che sono stati studenti negli anni 60 e nei primi anni 70 riconoscono facilmente questa tipologia.) Per un po’ (specialmente per coloro che non avevano un’idea chiara dei meccanismi matematici dell’elezione dei delegati) è sembrata una cavalcata meravigliosa: i giovani battaglieri in marcia per rovesciare i vecchi scellerati. Ma fra l’amore e l’odio la linea è sottile: quando la realtà ha cominciato a prendere il sopravvento, tanti, troppi di questi romantici hanno reagito sprofondando nel risentimento, affermando con rabbia che li stavano ingannando.
3.I puristi: è un filone leggermente diverso del movimento, anche questo caso ben noto a noi che abbiamo una certa età. È composto da persone per le quali la militanza politica non consiste nell’ottenere dei risultati, quanto nell’assumere una posa personale. Sono i puri, gli immacolati, quelli che rigettano la corruzione del mondo e tutti coloro che si sono anche minimamente sporcati (in pratica, chiunque sia riuscito a fare effettivamente qualcosa). Un numero significativo di delegati di Sanders è composto da persone che nelle elezioni del 2000 sostennero il verde Ralph Nader; i risultati di quella candidatura non li turbano, perché i risultati sono sempre stati secondari: l’obiettivo vero è affermare la propria identità personale.
4.Vittime della sindrome Clinton: una parte dei supporter di Sanders sono persone che in primo luogo odiano Hillary. È una sindrome da cui non riescono a liberarsi: sanno che Hillary Clinton è corrotta e malvagia, perché lo sentono ripetere continuamente. Non si rendono conto che la ragione per cui lo sentono ripetere continuamente è che alcuni miliardari di destra si danno da fare da oltre vent’anni per promuovere questo messaggio. Sanders ha preso parecchi voti da Democratici di destra che non votano per lui, bensì contro la Clinton. E sicuramente ci sono pure Democratici di sinistra che hanno assorbito lo stesso messaggio, anche se non guardano la Fox News.
5.Salon des refusés: è un gruppo numericamente ristretto, ma particolarmente rilevante in seno agli editorialisti pro-Sanders. Sto parlando di intellettuali che per una qualche ragione sono rimasti esclusi dalla cerchia ristretta dell’establishment democratico, e che hanno visto Sanders come il lasciapassare per il successo. Nella maggior parte dei casi hanno opinioni eterodosse, ma queste hanno poco a che vedere con la campagna. Ciò che conta è il loro status di outsider, che rende conveniente sostenere un candidato outsider (e li rende riluttanti ad ammettere che il loro candidato non porta più beneficio alla causa progressista).
Che fine farà questa coalizione di non-sempre-disinteressati quando la corsa delle primarie sarà finita? Gli idealisti sinceri probabilmente si renderanno conto che, indipendentemente dai loro sogni, Trump sarebbe un incubo. I puristi e le vittime della sindrome Clinton non sosterranno Hillary, ma tanto non lo avrebbero fatto comunque. Gli intellettuali insoddisfatti penso che alla fine, in linea di massima, la appoggeranno. Il vero dubbio sono i romantici. Quanti cederanno al risentimento? Molto potrebbe dipendere da Sanders: è lui stesso uno di questi romantici rancorosi, incapace di andare oltre?””

Articolo di Federico Rampini (Repubblica 30.5.16) “Robert Kagan “È arrivato il fascismo”. I dilemmi dell’America davanti al tabù finale

“”NEW YORK. Ci voleva un grande conservatore per osare pronunciare quella parola. Il fascismo in America? A spezzare il tabù è stato Robert Kagan, già consigliere di George W. Bush, “neocon” esperto di geopolitica, autore della celebre metafora su «gli americani che vengono da Marte, gli europei da Venere». In un editoriale-shock sul Washington Post, Kagan ha messo da parte cautele verbali, circonvoluzioni e inibizioni dell’intellighenzia. Il titolo è un pugno allo stomaco: «Ecco come il fascismo arriva in America». Il portatore della peste nera, Kagan non ha dubbi, si chiama Donald Trump. L’intellettuale di destra non risparmia le accuse ai suoi compagni di partito: «Lo sforzo dei repubblicani per trattare Trump come un candidato normale sarebbe ridicolo, se non fosse così pericoloso per la nostra repubblica». Segue una descrizione del ciclone-Trump in tutti i suoi ingredienti: «l’idea che la cultura democratica produce debolezza», «il fascino della forza bruta e del machismo », «le affermazioni incoerenti e contraddittorie ma segnate da ingredienti comuni quali il risentimento e il disprezzo, l’odio e la rabbia verso le minoranze ». Il verdetto finale: «E’ una minaccia per la democrazi », un fenomeno «che alla sua apparizione in altre nazioni e in altre epoche, fu definito fascismo ».
Ora che un guru della destra ha sdoganato contro “The Donald” l’accusa che molti non osavano pronunciare, il New York Times sbatte la controversia in prima pagina. Con il titolo “L’ascesa di Trump e il dibattito sul fascismo”, il quotidiano liberal dà conto di un allarme che sta diventando esplicito. Cita un politico, l’ex governatore del Massachusetts William Weld, che paragona il progetto di Trump per la deportazione di 11 milioni di immigrati alla “notte di cristallo” del 1938 in cui i nazisti si scatenarono nelle violenze contro gli ebrei. Il New
York Times allarga l’orizzonte, per cogliere dietro il fenomeno Trump una tendenza più globale: mette insieme una generazione di leader che vanno da Vladimir Putin al turco Erdogan, dall’ungherese Orban ai suoi emuli in Polonia, più l’ascesa di vari movimenti di estrema destra in Francia, Germania, Grecia.
Nell’élite intellettuale newyorchese tornano di moda due romanzi di fanta-politica. Scritti da due premi Nobel, in epoche diverse, ma con la stessa trama: l’avvento di un autoritarismo nazionalista in America. Il primo è di Sinclair Lews, s’intitola “Qui non è possibile”: affermazione rassicurante, e contraddetta. Scritto e ambientato nel 1935, immagina che Franklin Roosevelt dopo un solo mandato sia sconfitto e sostituito da un fascista. L’altro romanzo è “Il complotto contro l’America” di Philip Roth, molto più recente (2004),immagina che nel 1940 Roosevelt sia battuto dall’aviatore Charles Lindbergh, simpatizzante notorio di Hitler e Mussolini. La grande letteratura aveva previsto ciò che i politologi non vollero prendere in considerazione?
La reticenza che fino a poco tempo fa aveva impedito questo dibattito, ha varie spiegazioni. Al primo posto, la fiducia sulla solidità della più antica tra le liberal-democrazie. Poi, l’America è abituata a considerarsi all’avanguardia, è imbarazzante ammettere che importa tendenze in atto da anni in Europa. L’autocensura che ha trattenuto gli intellettuali nasce anche da un complesso di colpa: la narrazione dominante dice che l’élite pensante ha ignorato per anni le sofferenze di quel ceto medio bianco (declassato, impoverito dalla crisi, “marginalizzato” dalla società multietnica) che oggi vota Trump. Dargli del fascista, può sembrare una scorciatoia per ignorare le cause profonde di un disagio sociale.
Sulle etichette, molti preferiscono sfumature diverse, dalla “democrazia illiberale” ai “populismi autoritari”. L’allarme di Kagan sembra comunque troppo tardivo per arrestare la tendenza dei repubblicani a salire sul carro del vincitore. Newt Gingrich, l’ex presidente della Camera che oggi aspira a fare il vicepresidente di Trump, interpreta l’opinione prevalente dei suoi, quando definisce gli accostamenti col fascismo «ignoranti, offensivi, semplice spazzatura».””

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