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Emanuela Orlandi: fratello Pietro, sit in alla Camera, Papa Francesco ha deluso

emanuela_orlandi1-300x187ROMA – Il mistero Orlandi cambia piazza: da piazza S. Pietro a piazza Monte Citorio. Vista l’inutilità delle ormai molte manifestazioni di protesta in piazza S. Pietro tenute in quasi tre anni, e indispettito dal rifiuto dei magistrati di interrogare Alì Agca nella sua ultima sceneggiata romana, Pietro Orlandi e i suoi fan hanno deciso di traslocare, a cominciare dal 28 gennaio. E’ stato infatti fissato per tale data il primo sit-in davanti alla Camera dei deputati, anziché davanti al palazzo del Vaticano dal quale usa affacciarsi il Papa. La speranza è di suscitare l’interesse di qualche parlamentare, tra i quali certo non mancano gli anticlericali e i desiderosi di farsi pubblicità gratis cavalcando temi dei quali speso non sanno nulla, ma che fan fare bella figura. La speranza è che qualcuno raccolga la pretesa che i magistrati convochino Agca per abboccare alla sua ennesima “verità”.

Ma come è nata nel mistero Orlandi la pista Agca, diventata un tormentone da tirar fuori nelle stagioni di magra? Stando a quanto detto dall’ex colonnello Guenter Bohnsack, un ex dirigente dei servizi segreti STASI della ormai defunta Repubblica Democratica Tedesca, si tratta di una pista inventata di sana pianta dal suo ufficio, il X Dipartimento, nella STASI. Ecco quanto ho riportato nel libro edito nel 2008 da Baldini Castoldi “Emanuela Orlandi – La verità” nell’apposito capitoletto:

“IL COLONNELLO BOHNSACK RIVELA”

Che la pista turca del “sequestro” sia una bufala è stato in seguito assodato su esplicita ammissione dell’ex colonnello Guenter Bohnsack, un pezzo d’uomo massiccio e alto quasi un metro e novanta. Ho trovato il suo nome tra quello dei testimoni interrogati per procura in Germania su richiesta del magistrato Rosario Priore, impegnato nell’inchiesta sulle eventuali complicità di Agca nell’attentato al papa. Nel suo interrogatorio Bohnsack racconta di una lettera apparentemente autografa fabbricata dal suo ufficio per screditare Franz Joeph Strauss, potente dirigente del partito CDU, la Democrazia cristiana bavarese della Germania Occidentale, facendolo apparire al corrente dell’imminenza dell’attentato al papa. Bohnsack ha rivelato:

«disponevamo della firma originale di Strauss»,

un suo uomo cioè era in grado d’inserire un boccone avvelenato nelle carte da far firmare al leader bavarese oppure il X Dipartimento era riuscito a procurarsi almeno un foglio firmato in bianco. La testimonianza così procede:

«… nella lettera era stato inserito il concetto che Strauss aveva saputo in anticipo dell’attentato al Papa, era stata costruita una connessione Strauss-Turkesh con l’intenzione di coinvolgere la Repubblica Federale di Germania».

Il Turkesh della falsa connessione con Strauss è il colonnello nazionalista turco Arsaplan Turkesh, l’ideologo dei Lupi Grigi, e il Fronte fasullo dei «komunicati» del caso Orlandi è intitolato proprio a Turkesh. Mi sono procurato il numero di telefono di Bohnsack a Berlino e l’ho chiamato per chiedergli se sapesse qualcosa di quei «komunicati».

«È roba che usciva dal mio ufficio»,

ha risposto allegramente il colonnello ormai in pensione. Anche i comunicati e le lettere con altre firme, come per esempio quelli spediti da Boston, da Phoenix [una sigla che comparirà fra qualche tempo, ndr] ecc.?

«Sì, abbiamo usato varie firme anche se non ricordo l’elenco preciso. E poi più si parlava di America, comunicati dall’America e complici in America, meno si parlava della Bulgaria, no? Con i colleghi bulgari ci riunivamo in una villa di Charlottenstrasse e ci divertivamo anche.»

Su richiesta non solo di Sofia, ma anche direttamente di Mosca, il X Dipartimento era impegnato a seminare confusione e discredito sulla pista bulgara già da prima della scomparsa della Orlandi. Come ha infatti spiegato in seguito Bohnsack anche a un giornalista del quotidiano «la Repubblica»,

«la mia sezione era impegnata nell’“Operation Papst”, dovevamo cioè aiutare i bulgari a fronteggiare e respingere le accuse che li volevano coinvolti nell’attentato in piazza San Pietro. Che io sappia, loro non c’entravano niente. Comunque il nostro compito era farli uscire dal pantano».

In che modo?

«Inventando la pista turca, che abbiamo creato ad arte come ci era stato chiesto di fare. Producemmo una serie di carte false per distogliere l’attenzione e la pressione dai bulgari. Con la Orlandi adottammo una procedura simile. Ci mettemmo a tavolino, e scrivemmo alcune lettere. Al ministero della Giustizia. Oppure alle agenzie di stampa, mi ricordo l’Ansa. O ai magistrati che si occupavano del caso, come ad esempio a Ilario Martella». In che lingua venivano confezionate le missive? «In turco o in un italiano approssimativo. Chiedevamo la liberazione di Alì Agca, l’attentatore del Papa, e uno scambio con la ragazza. Volevamo far credere di essere dei nazionalisti turchi, interessati alla sorte del loro compagno. Ma era un trucco. Lo scopo vero era solo quello di stornare l’attenzione dalla Bulgaria».

Il caso vuole che il particolare del nome Turkesh della lettera a falsa firma Strauss non sia stato tenuto nel dovuto conto dagli inquirenti italiani. Se invece avessero interrogato subito direttamente loro Bohnsack anche sul caso Orlandi, forse avrebbero potuto appurare qualcosa di più”.

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