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Erdogan è ad Ankara, scure su rettori e stampa

Istanbul – Dopo il fallito golpe di venerdì, la scure di Recep Tayyp Erdogan si abbatte anche sul sistema dell’istruzione: le autorita’ turche hanno sollecitato le dimissioni dei rettori di tutte le Universita’ del Paese, tanto pubbliche come private, per un totale di 1.577 atenei. Sono inoltre stati sospesi con effetto immediato oltre 15.200 tra impiegati e funzionari del ministero della Pubblica Istruzione, e a loro carico e’ stata aperta un’inchiesta perchè sospettati di essere legati al Feto, come e’ chiamato ufficialmente il movimento islamista, definito una mera organizzazione terroristica, facente capo al predicatore Fethullah Gulen, ex alleato e ora nemico numero uno di Erdogan, che lo accusa di essere dietro il tentato golpe. I dipendenti pubblici appena epurati vanno ad aggiungersi ai quasi 8.800 del ministero dell’Interno e ai piu’ di 2.500 di altri dicasteri, nei cui confronti erano gia’ stati adottati provvedimenti analoghi. 

Accusato di connessioni con Gulen anche per il mondo della stampa: dopo la decisione dell’authority per le comunicazioni di sospendere le trasmissioni di 24 emittenti Tv e radio, oggi il direttorato per la stampa ha comunicato il ritiro del tesserino per 34 giornalisti.

Intanto il presidente turco è tornato ad Ankara, per la prima volta dopo il fallito golpe di venerdi’ notte, per presidere le riunioni del Consiglio di sicurezza nazionale e del Consiglio dei ministri. Lunedi’ Erdogan aveva annunciato una decisione importante dopo la riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, senza dare altri dettagli. Il presidente e’ tornato nella capitale ieri sera e ha gia’ visto il premier georgiano Guiorgui Kvirikachvili. Erdogan è stato per quattro anni sindaco della città sul Bosforo, dal 1994 al ’98, ed è li che si è trattenuto nei giorni scorsi: “Il signor presidente segue l’evolversi degli eventi dal suo domicilio di Istanbul”, è stata la laconica spiegazione fornita da fonti governative riservate. “E’ là che passa la maggior parte dei fine settimana, e non ha ritenuto necessario rientrare ad Ankara in quanto già vi si trovano il primo ministro (Binali Yildirim; ndr) e gli altri membri dell’esecutivo. La situazione è sotto controllo ma”, hanno concluso le fonti anonime, “chiediamo al popolo di restare in allerta fino a quando non saranno stati rintracciati tutti i complici dei rivoltosi”.

Proprio la sua assenza dalla capitale ha attirato su Erdogan diverse critiche dall’opinione pubblica turca, anche in quei settori a lui fedeli, e infatti sui social network è tutto un fiorire di lamentele, alimentate anche dalla storica rivalità tra le due città, le cui rispettive fortune si capovolsero all’epoca in cui andò al potere Kemal Ataturk, e che mai si sono amate.

Nelle ultime ore il governo turco ha inviato a Washington quattro dossier per chiedere l’estradizione di Gulen. Il potente imam esule in Pennsylvania da vent’anni viene indicato come il vero regista del golpe fallito. Il premier Binali Yildirim ha spiegato che, secondo il suo governo, Gulen avrebbe cominciato “sin dagli anni Ottanta a infiltrare i gangli dell’esercito”. Il segretario di Stato Usa John Kerry ne discuterà con il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu a margine del vertice internazionale per la lotta all’Isis,in programma mercoledì e giovedì a Washington.

Intanto l’authority turca deputata al controllo di internet ha decretato e reso effettivo il blocco del sito web di Wikileaks. La misura e’ scattata immediatamente dopo l’annuncio della pubblicazione di 300 mila email, scritte dalle piu’ alte sfere delle istituzioni e da dirigenti del partito di governo Akp in un periodo che va dal 2010 al 7 luglio 2016. 

Proseguono le epurazioni anche dai gangli dell’esercito, dell’amministrazione e della magistratura, compresi un centinaio di uomini dell’intelligence (non operativi) sospesi dal servizio. È salito a 9.322 il numero delle persone arrestate per legami con il golpe. Sospesi dall’incarico anche novemila dipendenti del ministero dell’Interno, ma anche circa tremila fra giudici e procuratori. In manette è finito anche un secondo consigliere militare di Erdogan, arrestato in un hotel a pochi chilometri da Antalya in cui aveva preso alloggio fornendo generalità false.

 

L’Onu, intanto, ha avvertito Ankara che “la reintroduzione della pena di morte sarebbe una violazione degli obblighi della Turchia previsti dal diritto internazionale dei diritti umani, un grande passo nella direzione sbagliata”, come ha spiegato l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein. (AGI)
 
 
 
 
 
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