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Erdogan-Gulen, da amici fraterni ad acerrimi rivali

Istanbul – La fine del tentativo di colpo di stato della notte del 15 luglio lascia dietro di se’ una scia di ipotesi e polemiche in un Paese che gia’ nel 1961, 1970 e nel 1980 aveva vissuto la durezza dell’intervento dei militari nella vita del Paese, per poi sperimentarne una versione “soft” nel 1997, quando un governo di ispirazione religiosa fu, attraverso un comunicato, “invitato” a farsi da parte “per evitare spargimenti di sangue”. Si tratta di precedenti che mostrano da un lato quanto il potere dei militari fosse consolidato, mentre dall’altro sono emblematici in quale situazione potessero trovarsi i nemici della laicita’ in passato, i religiosi che da sempre propugnavano una diversa idea di Turchia. Tra questi, sempre a rischio di essere arrestati e finire in carcere, c’erano l’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan e l’ideologo e miliardario islamico Fetullah Gulen. Oggi, all’indomani del tentato golpe, Erdogan punta il dito contro Gulem e i suoi uomini. 

In seguito alla prima vittoria dell’Akp nel 2002, Erdogan sapeva di aver rotto equilibri consolidati, e quando salì al potere aveva bene in mente di non poter contare sull’appoggio ne’ della magistratura ne’ dell’esercito. Da qui la seconda preoccupazione: il processo  (conclusosi nel 2008) nei confronti dello stesso Erdogan, dell’ex presidente Abdullah Gul, e di altri 69 quadri del partito. La prospettiva di una condanna che avrebbe sancito la loro ineliggibilita’ era retta dall’accusa di essere incompatibili con il fondamento laico della Turchia e voler instaurare un sistema basato sui principi della legge islamica. Quello di cui Erdogan aveva disperato bisogno, in quella fase, era di trovare un rimedio a questa debolezza, trovare una sponda per il proprio partito, cercare di penetrare quanto prima possibile le istituzioni che sarebbero andate ad esprimere un giudizio che avrebbe potuto decretare l’incostituzionalita’ dell’Akp, mettendolo fuorigioco per sempre. La prospettiva di un’alleanza si presento’ nel momento in cui il movimento di Fethullah Gulen gli propose il proprio appoggio mettendo sul piatto la vicinanza di alcuni giudici ed alti funzionari di polizia, Gulen cercava delle vie per entrare in politica ed estendere ulteriormente la propria influenza sul Paese.

2002-2010: gli anni dell’alleanza. Unite dalla necessita’ di far fronte comune contro il nemico rappresentato dall’esercito ed entrambe desiderose di ampliare la propria sfera di influenza, le componenti del binomio Akp-Gulen iniziarono una collaborazione che negli anni a seguire avrebbe dato i suoi frutti. A partire dal 2003 indagini della polizia, congiunte a inchieste della magistratura, cominciarono a minare l’immagine stessa dei militari e il relativo tutorato esercitato sulla nazione. A seguire, l’esplosione di inchieste giudiziarie come Ergenekon e Balyoz (2008 e 2010),hanno rivelato la presenza di presunte organizzazioni che nell’ombra tramavano contro il potere dell’Akp e imbastivano altrettanto presunti piani tesi a mettere in atto una sorta di strategia del terrore e rovesciare l’ordine costituzionale. 

Queste inchieste hanno avuto l’effetto di neutralizzare e infangare alti esponenti dell’esercito, magistrati e accademici laici. A mettersi in luce e’ stata una generazione di magistrati (ma anche di militari e poliziotti, burocrati e politici) provenienti dalle classi medio basse del centro dell’Anatolia, che ha potuto accedere a una buona istruzione grazie a borse di studio offerte dalle scuole di Gulen, che ha permesso loro di vincere concorsi e ricoprire cariche all’interno della magistratura. Questa progressiva perdita di potere ed influenza da parte dei militari ha permesso all’Akp di promuovere e stravincere il referendum del 2010, attraverso il quale veniva pesantemente emendata la Costituzione del 1982, figlia del colpo di stato militare del 1980, e fondamento del potere dei militari in Turchia.

Questi emendamenti hanno operato un significativo trasferimento del controllo e del potere di nomina dei vertici e dei Giudici Costituzionali nelle mani dell’esecutivo in carica, rimettendo in capo alle corti civili gli esponenti dell’esercito per i reati commessi al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni. Mentre l’esercito subiva colpi durissimi, i giudici pro-Gulen rafforzavano le proprie posizioni all’interno delle istituzioni giudiziarie, offrendo una sponda sempre piu’ sicura al partito di Erdogan. D’altro canto, il benefit reciproco consisteva anche nella scalata al potere che politici vicini a Gulen potevano compiere all’interno dei quadri dell’Akp e dello stesso Parlamento. Ad un certo punto, pero’, qualcosa si rompe.

2011: fine del sodalizio. Quando furono presentate le liste elettorali elettorali dell’Akp, alla vigilia delle elezioni del 2011, circa 60 politici considerati da sempre vicini alle posizioni di Fethullah Gulen ne rimasero fuori. Contemporaneamente l’intero pacchetto di riforme presentato dall’Akp per modernizzare la pubblica amministrazione finì per essere il mezzo attraverso cui elementi vicini a Gulen vennero rimossi dai propri incarichi e uffici. Tale circolazione e rimozione ebbe avuto luogo nella fattispecie nel Ministero della Pubblica Istruzione, particolarmente caro a Gulen. Allo stesso tempo gli appalti piu’ importanti, i contratti piu’ remunerativi, finirono nelle mani di imprenditori vicini all’Akp, lasciando alle imprese di Gulen solo briciole. Quando le alleanze sono strumentali all’eliminazione di un nemico comune, l’eliminazione dello stesso fa venire meno il senso dell’alleanza stessa. Nel 2009, infatti, il gruppo Dogan, il principale detentore delle partecipazioni nei media turchi, finì in una crisi finanziaria che lo portò sull’orlo della bancarotta e lo costrinse a mettere in vendita alcune tra le principali testate editoriali e reti televisive.

Per scongiurare la prospettiva che il gruppo di Gulen potesse assumere il controllo del gruppo Dogan, il Parlamento intervenne con un decreto, grazie al quale l’enorme debito del gruppo Dogan veniva spalmato e ridotto, mettendo cosi’ l’intero gruppo al sicuro dal fallimento. In cambio, Erdogan ottenne il favore di questi media nei confronti del governo, l’inserimento di propri uomini nei consigli di amministrazione e l’allontanamento di giornalisti a lui invisi e critici nei suoi confronti.

L’inizio del conflitto tra Erdogan e Gulen. All’inizio del 2012 a finire sotto indagine fu Hakan Fidan, capo dei servizi segreti turchi (Mit),ed altri cinque fedelissimi di Erdogan. L’allora Premier fu costretto a far approvare in fretta una legge per toglierli dai guai. L’ipotesi del pm era che uomini del Mit fossero al corrente di una strage di civili curdi avvenuta all’inizio del 2012. Tuttavia, l’effetto ottenuto ebbe conseguenze sia dirette che indirette. Si voleva colpire direttamente Erdogan, privandolo dei suoi fedelissimi nelle alte sfere dei servizi segreti, ma Gulen, aveva dimostrato di poter colpire Erdogan. Da quel momento in poi fu guerra aperta, una guerra che il presidente ha man mano mostrato di poter vincere, con i risultati elettorali a dargli ragione, mentre inchieste giudiziarie colpivano gli apparati dello stato facendo piazza pulita dei presunti fedeli di Gulen.

L’organizzazione di Gulen divenne nella dialettica politica turca “la struttura parallela”, un apparato sovversivo infiltrato in media, politica, magistratura, universita’, polizia ed esercito. Un cancro da debellare e combattere alla pari di Isis e Pkk. Prima del tentato golpe di ieri gli ultimi atti della lotta tra Erdogan e Gulen sono stati la tangentopoli turca del dicembre 2013 – un’indagine per corruzione che ha colpito uomini d’affari e politici dell’Akp, fino a coinvolgere il figlio dell’allora premier Erdogan, Bilal. Un’indagine in cui, ha sempre accusato Erdogan, era Gulen a muovere i fili. Poi sono venuti l’arresto e il processo a carico del direttore di Cumhuriyet, Can Dundar, che si era attirato l’accusa di “propaganda a favore di organizzazione terroristica” (nel caso specifico la “struttura parallela” di Gulen) per aver diffuso il video del passaggio di armi destinate all’Isis. Secondo il governo, le immagini sarebbero state riprese da militari vicini a Gulen, che avevano fermato un carico coperto da segreto di stato e passato il video a pochi giorni dalle elezioni per influenzarne il risultato. Il commissariamento e la chiusura del quotidiano Zaman, voce del Gulen pensiero e per piu’ di un decennio quotidiano piu’ letto di tutta la Turchia, rappresenta l’esempio emblematico della dialettica per il potere in Turchia. La retata in redazione, poi il commissariamento con il cambio a 360 gradi della linea editoriale, in ultimo la chiusura del quotidiano sono l’emblema di una contesa che continua, nella quale Erdogan non e’ disposto a cedere un centimetro, lasciando tuttavia il dubbio che l’accusa di essere membri della “struttura parallela” non sia solo il mezzo per disfarsi delle voci critiche verso il partito e incrementare il proprio potere di volta in volta. (AGI) 

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