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Erotismo e spirito ribelle nei versi di un maestro zen

Paolo Salomon recensisce per Corsera il libro di Ornella Civardi “NUVOLE VAGANTI. LA RACCOLTA DI UN MAESTRO ZEN” (Ubaldini Editore). L’antologia «Nuvole vaganti» raccoglie 150 poesie di Ikkyu Sojun, un intellettuale libero che contestò usi e istituzioni del Giappone feudale

“”Il paradosso come filo che lega l’esistenza. L’odio per ogni convenzione, ogni istituzione, ogni gerarchia. I versi come bandiera di una concretezza legata alla natura, alla passione, alla materialità spogliata però di ogni vantaggio. Il sesso come strumento per una ripetuta estasi terrena.

«Canaglia di un prete che non sono altro,
sempre a cantare la mia “Canzoncina d’amore”;
sempre ebbro di vino e di piacere,/ ubriaco di poesia.
Alle ortiche il bacolo da abate,
lo rendo al tempio;
preferisco il mio flauto, se pure non molti
ne riconoscono il timbro».

Ikkyu Sojun (1394-1481), maestro itinerante di uno zen che si inseriva pienamente nel solco della filosofia di Linji («Se incontri il Buddha, uccidilo. Se incontri un maestro, uccidilo…»), figlio disconosciuto dell’imperatore Go Komatsu e di una dama di corte, cresciuto lontano da tutti, tra padiglioni sacri saturi di incenso, ribelle per natura e iconoclasta capace tuttavia di lasciare un segno profondo nel Giappone feudale del suo tempo, arriva a parlare al nostro mondo con un’intatta forza evocativa grazie a un bel volume curato dalla iamatologa Ornella Civardi, traduttrice di autori quali Kawabata, Mishima, Yoko Ogawa. Nuvole vaganti. La raccolta di un maestro zen (Ubaldini Editore), oltre a un’accurata introduzione critica che inquadra l’autore e il suo tempo, presenta per la prima volta al pubblico italiano 150 poesie scritte da Ikkyu Sojun nell’arco di una vita spesa a distruggere le convenzioni e le istituzioni che governavano il buddhismo zen ormai privo, nella realtà quotidiana, della sua particolare forza dirompente, annegata nei lussi, nell’ipocrisia, nei vantaggi che le gerarchie ecclesiastiche trovavano nella contiguità con il potere mondano.

Sorta di san Francesco degli antipodi – accostamento che si ferma necessariamente di fronte all’amore erotico che il maestro giapponese ricercava fino a frequentare apertamente bordelli e dame di compagnia – Ikkyu Sojun predicava la verità, la giustizia, la comunione con la natura, la povertà, fino appunto all’accettazione di tutte quelle pulsioni umane che i monaci (solo in apparenza) rifuggivano come strumenti della perdizione:

«…Sotto i rami di susino
s’è aperto il tuo narciso,
ninfa d’acqua
tra le cosce fragrante».

Certo, a dispetto del suo fastidio per le convenzioni della vita sociale del suo mondo, per i conformismi identici in ogni tempo e in ogni luogo, il maestro che non voleva essere un maestro, influenzò in maniera decisiva da allora in avanti la cultura, l’arte, le usanze. «Finissimo calligrafo – scrive Ornella Civardi – secondo la tradizione fu ispiratore del “cha no yu”, la cerimonia del tè, ed ebbe anche una parte nella nascita del giardino di roccia (…); contribuì inoltre a una forma di teatro strettamente legata allo zen come il No».
La lunga vita di Ikkyu (morì a 87 anni) fu incredibilmente arricchita, in vecchiaia, dalla passione travolgente per Mori, la cantante cieca di un tempio, molto più giovane, e da onori che l’imperatore gli impose. Ma lui fino all’ultimo conserverà lo spirito indomito originario, grato solo alla purezza delle passioni mondane:

«A questo rinsecchito albero e nudo
sei una nuova primavera:
con rigoglio di fronde esplosione di fiori
la promessa antica si invera.
Dovessi mai della tua generosità
dimenticare la festa.
Possa io nei secoli dei secoli
rinascere bestia».””

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