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Eutanasia (2)

EutanasiaAltri due articoli di Michela Marzano “L’inerzia che offende la dignità di chi soffre” (Repubblica 19.3.14) e intervista a Luciana Castellina «Ciascuno deve scegliere il proprio destino» (Unità 19.3.14)

“”PERCHÉ negare a chi è in fase terminale di una malattia incurabile il diritto di morire degnamente? Perché accanirsi a mantenere in vita chi, dalla vita, si è già progressivamente allontanato? Le polemiche che nascono ogniqualvolta si cerchi di affrontare in Italia il tema delle scelte di fine vita sono sempre molto ideologiche. Forse troppo. Soprattutto quando, dimenticandosi delle condizioni drammatiche in cui vivono oggi tanti malati terminali, si insiste a voler opporre tra loro i concetti di “dignità della persona” e “autonomia individuale”, riempiendosi così la bocca di parole che suonano bene – e che molto spesso ci fanno sentire in pace con la nostra coscienza – senza interrogarsi sul senso della vita, del dolore e della morte.
Nei Fratelli Karamazov, Dostoevskij scriveva: «Ama la vita più del senso, e anche il senso troverai». Ma quando si è gravemente malati e non c’è più niente da fare, che senso ha invocare astrattamente il “valore inalienabile della vita”? Quando si è detto esplicitamente che si desidera andarsene, in nome di cosa qualcun altro dovrebbe potersi arrogare il diritto di opporsi? Certo, una delle caratteristiche della persona è proprio la dignità: quel valore intrinseco che possiede ogni essere umano e che lo differenzia dalle semplici cose che, come spiegava Kant, hanno sempre e solo un “prezzo”. Ma proprio per questo, la vita dovrebbe poter essere vissuta in modo degno, anche e soprattutto quando si giunge alla fine, senza che nessun altro consideri legittimo imporci la propria concezione dell’esistenza. Ecco perché l’autonomia, nel nome della quale da anni si invoca il diritto all’autodeterminazione dei malati, non si oppone affatto al principio di dignità. Anzi. È solo un modo per rispettare la volontà di chi, nella sofferenza, chiede di essere ascoltato, e quindi anche la sua dignità. Tanto più che difendere l’autodeterminazione dei pazienti non significa che i medici debbano venir meno alla propria vocazione e abbandonare i malati alla solitudine delle proprie scelte: per potersi veramente prendere cura di un’altra persona, un medico dovrebbe essere capace di adottare il punto di vista altrui, sapendo che la “cura del corpo” non può mai prescindere dalla consapevolezza delle sofferenze psichiche e morali legate ai mali fisici.
Il dramma del fine vita ci riguarda tutti. Anche perché morire è una delle caratteristiche della condizione umana. La vita è mortale proprio “perché” è la vita, scriveva il filosofo Hans Jonas. E un giorno o l’altro ci ritroveremo tutti lì, forse impotenti di fronte alle decisioni che altri vorranno prendere al posto nostro, cercando disperatamente di essere rispettati almeno un’ultima volta. La dignità della persona consiste anche nell’avere il diritto di essere riconosciuti come soggetti della propria vita fino alla fine. Sapendo che il “valore inalienabile della vita”, spesso invocato da chi si oppone a una legge sul fine vita, lo si rispetta anche quando si prende sul serio la parola di chi soffre.””

Leggi l’intervista a Luciana Castellina: «Ciascuno deve scegliere il proprio destino»

“”Luciana Castellina sta salendo su un aereo per Bruxelles, quando la raggiungiamo, per un incontro di «un’altra Europa è possibile», che raggruppa tante persone e formazioni diverse, da Sbilanciamoci, a cui fa riferimento Luciana, a Tsipras, a Pittella. Sale a bordo anche Stefano Fassina. Fra le testimonianze raccolte dalla associazione Coscioni in favore dell’eutanasia e di un dibattito sul fine vita, c’è quella di Luciana Castellina che accompagnò, con gli altri compagni di un’intera esistenza, gli ultimi tempi di Lucio Magri, della cui fine drammatica c’è una forte eco nelle sue parole.
Mi hanno colpito, fra le tante, le parole di Umberto Veronesi che, dopo aver spiegato che nella medicina si deve passare dal paternalismo alla responsabilità e all’autodeterminazione, ha aggiunto, “la vita è un diritto ma non è un dovere”. Lei cosa ne pensa?
«Sono dell’opinione che ciascuno deve poter fare quello che vuole della propria vita, anche se si possono criticare le scelte, soprattutto se quelle scelte provocano molto dolore agli altri, tanto più quando non si tratta di malati terminali. Ma bisogna anche capire che la depressione, spesso, fa più male del male fisico».
Giorgio Napolitano ha risposto all’appello dell’associazione Coscioni, “il Parlamento non dovrebbe ignorare – ha scritto – il problema delle scelte di fine vita”. Visisolleval’attenzionedellapoliticaalletematichechevengonodefiniteeticamentesensibili? «Il messaggio di Napolitano è davvero bello. Quello che si solleva è un drammatico velo anche sul senso delle iniziative di legge popolare, che la Costituzione prevede ma che il Parlamento ignora, non porta a buon fine, non discute mai e, quando lo fa, si risolve a discutere dopo troppo tempo, quando si è perduta l’attualità della volontà popolare. Invece il Parlamento dovrebbe avere la sensibilità di ascoltare, farebbe bene al Parlamento stesso confrontarsi su temi che vengono dalla esperienza diretta delle persone e dalle loro sofferenze. Invece, gran parte delle cose di cui discutono i parlamentari sono distanti dall’esperienza diretta, la riforma del Senato è importante ma certamente lontana dall’esperienza diretta di 60 milioni di italiani e, infatti, le opinioni che emergono sono molto semplificate, sono sempre “tagliare”, “abolire”».

Le tematiche etiche dividono fortemente l’opinione pubblica. Lei ritiene che sia un rischio da correre?
«Negli anni Settanta si discussero in Parlamento tematiche che erano fortemente sentite fra la gente, il divorzio, l’aborto. Da deputata sentivo questa partecipazione, questa consonanza con una parte considerevole delle persone. Adesso le cose sono molto più rarefatte. I partiti di massa erano una cinghia di trasmissione dei sentimenti delle persone comuni, li collegavano alle istituzioni. Ora al massimo c’è un sì o un no attraverso un computer» Effettivamente colpisce che anche le nuove rappresentanze in Parlamento si adeguano rapidamente al politichese. «Sarà peggio con la nuova legge elettorale. Penso che si debba pensare un altro modello di democrazia, una diversa rete connettiva, visto che i partiti di massa non ci sono più. Sono molto pessimista sulla crisi della democrazia».
Sul fine vita, non teme che riprendano le crociate? Oppure, comunque, alla fine di un percorso anche accidentato, si produce una crescita collettiva?
«La domanda che viene dal basso non deve essere repressa. Io penso che, in una società laica, ci dovrebbe essere il minimo, dal punto di vista delle leggi e il massimo di discrezionalità per gli individui. Purtroppo siamo un paese dove si accetta che le credenze religiose entrino nelle leggi, e questo costringe a legiferare, per limitare l’imposizione religiosa che impedisce una visione laica ».””

Fonte

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