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Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante

“Adista”
n. 29, 2 settembre 2017 –

Luca Kocci –

«Riteniamo che non esistano ragioni universali per giudicare moralmente illegittima la scelta di morire da parte di un individuo». È la conclusione del documento elaborato (e accolto a maggioranza) dalla Commissione bioetica delle Chiese battiste, metodiste e valdesi, presentato a Torre Pellice (To) durante il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi e ora inviato alle singole Chiese locali per la discussione prima della sua eventuale approvazione definitiva, così come avvenuto per il documento sulle “famiglie plurali” (v. notizia precedente).

Apertura, quindi, alla possibilità della «eutanasia» e del «suicidio assistito» in casi particolari, senza tuttavia assecondare derive individualistiche. «Dal punto di vista etico e antropologico – si legge nel documento –, la morte volontaria dovrebbe essere considerata un male minore e non un’espressione suprema della libertà umana. La nostra posizione rappresenta un ideale antropologico  ragionevole  e  intermedio: quello  che  ci  guida  non  è  l’esaltazione  dell’autonomia indiscriminata, ma la misericordia che ci impone di rispettare il punto di vista dei sofferenti, di tutelare la loro libertà di scelta e al tempo stesso di cercare di ridurre le loro sofferenze». E tenendo ben presenti i rischi di una legalizzazione generalizzata della pratica: «Riconosciamo tuttavia – scrive la Commissione bioetica – che esistono argomenti di prudenza che consigliano di essere attenti alle possibili dinamiche sociali negative di una legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito» («la società potrebbe incamminarsi su un pericoloso “pendio scivoloso” , al termine del quale potremmo accettare di sopprimere legalmente anziani, disabili, disadattati», tanto più in un contesto, come quello delle società occidentali, «segnato da pesanti tagli alle risorse economiche destinate alla sanità e dal costante e progressivo invecchiamento della popolazione, esisterebbe il rischio di vedere nell’eutanasia la “soluzione” al problema dell’allocazione di risorse per il trattamento e la cura del dolore acuto dei malati inguaribili»).

Il documento elaborato da battisti, metodisti e valdesi riprende una riflessione avviata nel 1998 dalla sola Tavola valdese. Ma siccome in questi venti anni l’interesse pubblico per il tema e le tecniche mediche e farmacologiche si sono sviluppati è parso opportuno alla Commissione bioetica elaborare un nuovo documento, titolato con le ultime parole del teologo Dietrich Bonhoeffer poco prima di essere impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg, il 9 aprile 1945: “È la fine, per me l’inizio della vita”. Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante.

Innanzitutto chiarendo il vocabolario. Eutanasia è «l’uccisione intenzionale di un individuo da parte di

un medico, per mezzo della somministrazione di farmaci, in seguito alla richiesta volontaria e competente di tale individuo». Mentre «si definisce suicidio assistito l’atto per mezzo del quale un individuo si procura una morte rapida e indolore mediante l’assistenza di un medico che prescrive i farmaci necessari al suicidio e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione». Eutanasia e suicidio assistito – termini che spesso vengono confusi, anche strumentalmente, nel dibattito – quindi «si distinguono dall’astensione terapeutica e dalla sospensione delle cure, intese rispettivamente come la decisione del medico, su indicazione esplicita e volontaria del malato, di astenersi o di interrompere un trattamento, anche nel caso che da tale astensione o interruzione consegua la morte del malato stesso», precisa la Commissione bioetica, che puntualizza: «Quando parliamo di eutanasia e di suicidio assistito parliamo dunque di un atto medico volontario tramite cui viene abbreviato il corso della vita di un individuo che, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali o tramite direttive anticipate, abbia espresso tale volontà».

C’è una terza espressione entrata nel dibattito, anche in seguito alla evoluzione delle tecniche mediche: la medicina palliativa e, con essa, la «sedazione palliativa». «Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – si legge nel documento – la medicina palliativa è un approccio che migliora la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano ad affrontare i problemi associati a malattie inguaribili, attraverso la prevenzione e il sollievo delle sofferenze per mezzo di un’identificazione precoce e di un ottimale trattamento del dolore e degli altri problemi di natura fisica, psichica, sociale e spirituale». All’interno di essa, si distingue la «sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte», ovvero «la somministrazione intenzionale di farmaci alla dose necessaria richiesta per ridurre fino ad annullare la coscienza del paziente, allo scopo di alleviare il dolore e il sintomo refrattario fisico e/o psichico intollerabile per il paziente in condizione di imminenza della morte».

In quadro, scrive la Commssione bioetica, «esistono Paesi, come l’Italia e la Francia, che ammettono la sedazione palliativa e vietano eutanasia e suicidio assistito» (anche se poi in Italia esiste un ampio «divario tra i dettami della legge e quanto di essi viene praticato»); Paesi che, in caso di «sofferenza insopportabile», «hanno ritenuto di depenalizzare o di legalizzare anche l’eutanasia o il suicidio assistito» (Olanda, Belgio, Lussemburgo e altri); e casi limite, come quello della Svizzera – guardato con preoccupazione –, «dove il solo prerequisito è che colui che richiede assistenza al suicidio sia in grado di intendere e di volere».

La posizione delle Chiese protestanti europee si attesta su una linea intermedia. È ritenuta «ammissibile la scelta volontaria di interrompere o di rifiutare i trattamenti da parte di un paziente in grado di intendere e di volere» (compresa «l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali nei pazienti in stato vegetativo persistente, che abbiano previamente espresso il consenso in merito a tale interruzione»); si spinge per la «estensione» e il «potenziamento di un sistema adeguato di cure palliative» (compresa la «sedazione palliativa»); ma c’è una «pressoché unanime condanna di eutanasia e suicidio assistito», in nome della «dignità inviolabile dell’essere umano», secondo la quale «anche la vita vulnerabile e svantaggiata rimane una forma di vita amata e sostenuta da Dio» che non può essere interrotta.

Sotto questo aspetto, la posizione della Commissione bioetica di battisti, metodisti e valdesi italiana si differenzia in maniera significativa da quella dei protestanti europei. «Siamo d’accordo con la tesi secondo cui il compito principale delle Chiese consista nell’impegnarsi in una battaglia pubblica in favore di un sistema di cure palliative e di accompagnamento al morire che consentano di ridurre al minimo la richiesta di eutanasia e di suicidio assistito», si legge nel documento. «Al tempo stesso, tuttavia, ci chiediamo se la richiesta di anticipare la propria morte debba sempre essere considerata in contraddizione con un’esistenza moralmente responsabile vissuta nella fede. Se debba sempre essere considerata, cioè, come un rifiuto del dono divino, come un atto di appropriazione indebita di un diritto di cui l’essere umano non è portatore, e dunque condannata come una forma di ateismo pratico, o se, in  specifiche  situazioni,  non  possa addirittura venire intesa come una  risposta responsabile al Comandamento, espressione dell’amore per Dio e per il prossimo». Si tratta, scrive la Commissione bioetica, di «evitare i principi di un’etica legalistica» e di «tener conto dei contesti e delle situazioni contingenti entro cui avviene la scelta morale, rinunciando ai principi assoluti di carattere teologico o razionale, così come alla rigida applicazione di una norma biblica interpretata in modo letterale». Allora «l’assunzione che la richiesta di essere aiutati a morire possa essere sempre interpretata come un rifiuto del dono di Dio, e di conseguenza del legame con Dio stesso, ci sembra fondata su una ricostruzione unilaterale, e difficilmente giustificabile, della logica del dono. Quest’ultima, infatti, non implica necessariamente che ciò che viene donato sia indisponibile a colui che riceve; implica piuttosto l’idea di un uso grato e responsabile del bene ricevuto, che tenga conto della relazione che in tal modo si è instaurata. In questo senso, riteniamo che la richiesta di persone ammalate, che in situazioni di sofferenza estrema esprimano il desiderio di non trascorrere gli ultimi giorni nell’incoscienza indotta dai trattamenti antalgici necessari a lenire un dolore non altrimenti sopportabile, non debba necessariamente essere considerata come l’espressione del desiderio di assolutizzare la propria libertà finita di fronte alla morte, né un rinnegamento del rapporto con Dio. Può anche essere la conseguenza del desiderio di disporre in modo responsabile del dono della vita ricevuta e del la fiducia in una grazia che accoglie l’oppresso e lo sfinito, dell’affidamento a un Dio che non chiede un tributo di sofferenza, che non impone condizioni e obblighi e che non sottomette l’uomo a principi, ma invece lo libera gratuitamente, mettendo nelle sue mani anche la possibilità di rinunciare a continuare l’esistenza terrena. La scelta di morire, che in certi casi può effettivamente essere interpretata come rifiuto del dono, in altri casi può invece essere compresa come l’espressione della sua accettazione: può essere un atto di consapevolezza del limite dell’esistenza umana, un’assunzione della misura non infinita della propria capacità di tollerare la sofferenza e persino un’espressione di amore nei confronti del prossimo».

«Per questo motivo – conclude la Commissione bioetica di battisti, metodisti e valdesi – riteniamo la scelta della morte volontaria possa essere ammissibile in particolari situazioni, seppure solo come caso limite». Vedremo, nei prossimi mesi, cosa ne penseranno le Chiese locali

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