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Eutanasia, Rapaccini sulle resistenze del Vaticano e delle multinazionali

Chiara RapacciniChiesa e farmaceutiche contro il fine vita. La denuncia di Rapaccini, vedova di Monicelli. La legge nel resto del mondo.
di Enzo Ciaccio –

Toni forti e inusuali, scelti in nome dell’emergenza. A imprimere uno scossone ai temi – spesso elusi dalla politica – del fine vita per i malati terminali ha provveduto il 19 marzo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, in una lettera inviata a Carlo Troilo, il segretario generale dell’associazione Luca Coscioni, ha sollecitato il parlamento italiano affinché «affronti presto i nodi dell’eutanasia e del testamento biologico in un sereno e costruttivo confronto».

Napolitano ha poi aggiunto: «Sento la drammaticità del travaglio vissuto dai familiari di persone che hanno scelto di interrompere la loro vita pur di porre fine alle più atroci sofferenze».
«ORA NESSUNO POTRÀ FAR FINTA DI NIENTE». Parole che magari non saranno sufficienti, ha detto a Lettera43.it Chiara Rapaccini, 59 anni, moglie del regista Mario Monicelli che, malato terminale, il 29 novembre 2010 scelse a 96 anni di togliersi la vita, «ma di sicuro è stato un atto importante. Dopo le parole di Napolitano sarà più difficile continuare a far finta di niente».
Soprattutto davanti a cifre da brividi: ogni anno, infatti, in Italia si suicidano 10 mila malati e altri 10 mila provano a farla finita senza riuscirci.
  
DOMANDA. Chi sono i nemici di un fine vita dignitoso in Italia?
RISPOSTA. Da noi è ancora molto diffuso un conservatorismo pesantemente condizionato dal Vaticano e dalle gerarchie ecclesiastiche.
D. Anche il parlamento è condizionato?
R. Le ingerenze sono evidenti. I politici italiani sono sempre alla spasmodica ricerca dei voti cattolici.
D. E quindi?
R. In Aula, deputati e senatori evitano di trattare gli argomenti non graditi alla Chiesa.
D. Sul tema giacciono depositati molti progetti di legge.
R. Il condizionamento è feroce: la religione cattolica impone che fin dal travaglio si debba soffrire a tutti i costi. Lo stesso Cristo morto in croce è il simbolo di una filosofia iper-mortuaria.
D. Sull’impasse legislativa pesano solo i condizionamenti di matrice religiosa?
R. No, rischiando l’accusa di cinismo dico che all’impasse contribuisce il peso delle case farmaceutiche più potenti.
D. In che senso?
R. Le multinazionali hanno interesse a non far approvare mai alcuna legge sul fine vita per continuare a vendere i farmaci che tengono a qualsiasi costo in vita i malati terminali.
D. Insomma: prevale una sorta di esigenza di mercato?
R. Lo chiami pure un orribile business.
D. Come andrebbe messo correttamente a fuoco il tema fine vita?
R. In Italia parole come eutanasia e morte restano tabù. Se qualcuno le pronuncia, tutti intorno fanno gli scongiuri.
D. Perché è importante il testamento biologico?
R. Non tutti i malati sono in grado di operare una scelta così grave con la lucidità di Mario (Monicelli ndr) o di altri.
D. Cioè?
R. Al papà di Eluana Englaro dissero che non era registrato come tutore e che perciò non poteva decidere nulla a nome della figlia. Ecco, un documento che certifichi le volontà dell’ammalato è necessario.
D. Sull’eutanasia si registra anche il quasi silenzio degli intellettuali italiani. Perché?
R. C’è discontinuità, è vero. Di questi temi parliamo spesso in piccoli ambiti, ma quando si tratta di mettere in piazza il nostro dolore facciamo fatica. Eppure…
D. Eppure?
R. Ritrovarsi con altri che hanno vissuto un’uguale tragedia a me fa bene, mi aiuta a sentirmi meno sola.
D. In che senso?
R. Confrontarsi con il figlio di Carlo Lizzani, con la moglie di Luca Coscioni o con Mina Welby fa sì che pian piano il dramma magicamente perde un po’ del suo terribile peso.
D. Non è di certo facile affrontare il dopo-tragedia. Cosa trova più insopportabile?
R. La commiserazione. In Italia guardano quelli come me come se portassero sulle spalle una terribile colpa da farsi perdonare.
D. Una colpa?
R. Sì, perché nulla come il concetto di morte impone il confronto con se stessi. E inquieta.
D. Amici miei era un film sull’amore per la vita?
R. No, era un film sulla paura della morte. Non è tra le opere che Mario amava di più. Lui spiegava che era la storia di un gruppo di 50enni che, per esorcizzare il terrore di morire, continuavano a inventarsi goliardate.
D. Quindi, non è affatto un film comico?
R. È un film di scherzi. Ma anche di malinconia mortuaria. Del resto, nei film di Mario sono molte le scene girate all’interno dei cimiteri.
D. Le capita mai di ripensare alle parole che non è riuscita a dire al suo compagno?
R. Sì, ci penso. Ma posso dire con serenità che tale sensazione si manifesta anche di fronte a una persona che scompare per morte naturale. Tutti, a tu per tu con la morte, siamo indotti a porci interrogativi sul non detto o il non fatto.
D. Monicelli alla morte del padre disse: «La vita non è sempre degna di essere vissuta. Se smette di essere vera e dignitosa, non ne vale più la pena».
R. Sì, ma davvero non saprei dire se sia corretto o no definire suicidio il suo gesto.
D. Perché?
R. Ho dentro di me molto forte la sensazione che nel suo caso si sia trattato di una consapevole e lucida scelta da parte di un uomo che non è mai stato un vile e che era ormai giunto quasi ai 100 anni di età.
D. Che vuol dire?
R. Che a 100 anni si è totalmente padroni di se stessi. E della propria volontà.

Mercoledì, 19 Marzo 2014

http://www.lettera43.it/politica/eutanasia-rapaccini-sulle-resistenze-del-vaticano-e-delle-multinazionali_43675125067.htm

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