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Evento del giorno: nasce Norma Barbolini, donna della Resistenza

03 marzo

1922 – Nasce a Sassuolo (Modena) Norma Barbolini, partigiana italiana di grande importanza per la Resistenza in Emilia, medaglia d’argento al valor militare e autrice del libro “Donne montanare. Racconti di antifascismo e Resistenza“.
Andò in montagna con il fratello e altri partigiani il 7 novembnre 1943, svolgendo inizialmente il compito di staffetta partigiana. Quando il fratello rimase ferito a Cerré Sologno (Reggio Emilia) in uno scontro con i nazisti, lei lo sostituì al comando della 1a Divisione partigiana “Ciro Menotti / brigata Barbolini“.
Nel dopoguerra tornò al suo lavoro in fabbrica, fu nominata capitano dell’esercito italiano, partecipò al Comitato provinciale dell’ANPI e dell’Unione Donne Italiane, divenne assessore del Comune di Sassuolo. (In fondo potrai vedere uno spezzone di un documentario di Liliana Cavani con interviste a donne della Resistenza)
partigiane2Le donne sono rimaste fuori dalla storiografia ufficiale della Resistenza per lungo tempo, come se su di loro, fosse calato un velo che ne ha reso invisibile l’audacia, il coraggio, il valore. Nell’immaginario collettivo, l’immagine più ricorrente è quello della donna “staffetta” che portava cibo, vestiario, messaggi ai partigiani arroccati sulle montagne. Un ruolo, dunque, del tutto subalterno e secondario, che meritava sì un apprezzamento, ma a cui, di fatto, non veniva riconosciuta la fondamentale importanza. In realtà, oltre all’assistenza ai partigiani, le donne furono impiegate per altri scopi: il rallentamento della produzione attraverso azioni di boicottaggio mirate, la protezione di fuggitivi, l’azione di collegamento tra i vari gruppi, ma anche azioni di depistaggio del nemico e sabotaggio …
BarboliniDonneMontanare« C’erano le famose staffette, che erano in verità quasi sempre veri e propri ufficiali di collegamento e non solo “battistrada” nelle azioni e negli spostamenti […] c’erano le informatrici, talvolta addirittura impiegate negli uffici militari o paramilitari tedeschi o fascisti; a queste facevano capo altre che portavano le notizie interessanti direttamente alle formazioni, a tappe forzate, magari a piedi o in bicicletta, riuscendo spesso a vanificare progettati rastrellamenti. C’erano le infermiere […] le dottoresse […] le addette alla stampa, che operavano nelle redazioni clandestine e badavano alla distribuzione di giornali e volantini. C’erano le portatrici d’armi, le segretarie dei comandi, le addette all’organizzazione di alloggi clandestini e luoghi d’incontro per i capi militari e politici. C’era insomma intorno al movimento partigiano, sia in città che sui monti, una fitta ragnatela di donne che facevano di tutto» (G. Beltrami Gadola, Le donne nella Resistenza in Lombardia).
fotoloc1992006122840 copyE non è vero che lo fecero per puro spirito umanitario o spinte da motivi affettivi (visto che erano i loro uomini quelli che combattevano la guerra!). Il loro impegno civile era sorretto da motivazioni di carattere ideale, di opposizione al regime fascista, di resistenza alla sanguinosa occupazione militare straniera. A testimonianza dell’impegno politico delle donne durante la Resistenza, è la nascita, nel novembre 1943, del “Gruppo di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà” (GDD). Attraverso questo organismo politico, le donne partigiane non solo allargarono la rete delle aderenti, ma presero coscienza dell’importanza strategica della partecipazione attiva per la liberazione del Paese.

Qui sotto un filmato tratto da un documentario di Liliana Cavani del 1965 con interviste a donne della Resistenza. Il filmato è stato riproposto su RAI Tre il 25 aprile 2009 e tra le intervistate figura la stessa Norma Barbolini.

 

 

Fonte

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