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Fassino e i “meriti” dei sindaci

Di Attilio Tempestini – 29.06.2016 –

Dopo il ballottaggio, da cui è uscito sconfitto, Fassino ha in un’intervista a “La repubblica” dichiarato di vivere come “una grande ingiustizia”, il fatto che il suo “gigantesco sforzo personale” non abbia trovato “un riconoscimento adeguato”. “Visto che siamo in un tempo” -egli osserva- “in cui tutti invocano il merito, avrei voluto che si valutasse anche il mio, di merito”.

A me sembra però (ed ho, vale la pena di precisare, votato in tale ballottaggio scheda bianca) che così ragionando, si dimentichi l’elemento rappresentato, in un’elezione, dal confronto e dalla contrapposizione fra idee politiche diverse. Secondo tale elemento, il merito conta soltanto nel senso che dovendo io scegliere, fra più persone con una stessa idea o con idee simili, scelgo quella che mi sembra più capace; non nel senso che voterei per chi avesse idee contrastanti con le mie, sol perché mostrasse una buona capacità di metterle in pratica. A seguire l’argomento, di Fassino, sembrerebbe delinearsi la prospettiva orwelliana di un gigantesco ente, simmetrico all’INVALSI, il quale nell’imminenza di un’elezione decida quale sindaco meriti una conferma…

Se quindi, un’elezione non si esaurisce in una questione di merito, anche sul fatto che più in generale “tutti invocano il merito” è ben possibile pensarla, diversamente. Ritenere cioè che non l’invochino tutti, ma soprattutto coloro i quali vedono nel valore del merito un classico contrappeso, rispetto al valore dell’uguaglianza. Si tratta di un’invocazione che, indubbiamente, ha negli ultimi decenni acquistato spazio e che, in particolare, se nel PD di Bersani non si può dire venisse contrastata, al PD di Renzi appare davvero congeniale.

Questa, crescente, “invocazione” del merito è andata di pari passo, col liberismo: e Fassino non ha davvero fatto un “gigantesco sforzo” perché la FIAT evitasse di, in un’applicazione radicale di liberismo, portare per propria convenienza la sede fuori dai confini italiani. Va da sé, che un sindaco può non avere i mezzi per contrastare ciò. Ma chi ha una carica elettiva può pur sempre farla sentire, la propria voce, con particolare rilievo; altrimenti non si capirebbe -passando a questioni, di ben altra drammaticità- perché parlamenti come quello francese e quello tedesco abbiano condannato il genocidio armeno, contro il quale nulla purtroppo -un secolo dopo- è possibile fare. Né è necessariamente in contrasto con la generale linea liberista seguita da Fassino, l’aver -egli dice in tale intervista- “ogni anno… aiutato 25 mila famiglie”: esiste anche una variante, di liberismo compassionevole. Diverso il discorso se, ad esempio, vi fosse stata qualche iniziativa -come a Napoli- in sintonia con l’esito del referendum, sull’acqua “bene comune”.

Che però liberismo e liberalismo non coincidano fra loro, si coglie nella cautela che Fassino ha mostrato quanto, in particolare, a laicità. Sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, egli non si è davvero esposto come i colleghi di Milano e Roma; né ha avuto difficoltà a votare perché, nella sala del Consiglio comunale, restasse esposto il crocifisso. Vi è quasi sempre stato, fra giunta e diocesi, un clima di entente cordiale.

Infine, chi vota in elezioni comunali sarebbe sì presbite qualora ignorasse, le questioni cittadine; ma sarebbe miope, qualora ignorasse le imminenti scadenze cui va incontro il nostro paese. Proprio nell’intervista in parola ecco un collegamento fra i due livelli quando, alla domanda se l’esito delle elezioni torinesi induca ad un ripensamento sull’Italicum ed il suo meccanismo di ballottaggio, Fassino risponde: “è una riflessione da fare”. Ma come? Non abbiamo ascoltato per tanto tempo che a contare in un sistema elettorale è sapere la sera delle elezioni, quale governo prende vita? Ebbene, un’ora dopo la chiusura delle urne già sapevamo quale giunta si sarebbe, a Torino, formata. Non abbiamo ascoltato per tanto tempo, che a contare è la governabilità e che dunque la rappresentatività -della quale si fanno carico, i sistemi elettorali proporzionali- passa decisamente in second’ordine? Ebbene, a Torino nel primo turno le liste collegate con Fassino erano quasi a quota 42% e la lista del Movimento 5 stelle a quota 30%; dopo di che, abbiamo adesso un Consiglio comunale in cui alle prime liste vanno soltanto 11 seggi, alla seconda lista ben 25 seggi. Effettivamente, come ho già avuto modo di notare in altra sede, il sistema elettorale per i Comuni fa sì che il ben noto concetto di governo parlamentare ceda il passo, ad un concetto di parlamento governativo…

Chi dunque nessuna simpatia nutre, per il fervore del PD verso innovazioni istituzionali faziose -giacché ponderate sulla convenienza, di chi le propone-, un fervore che rimanda a quello del PSI di Craxi e, più indietro nel tempo, alla cosiddetta legge-truffa voluta da De Gasperi, aveva un ulteriore elemento di valutazione rispetto a Fassino: il quale -anche come presidente, dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani- mai nessuna distanza ha preso da quel governo Renzi, che su una tale linea faziosa si è tanto impegnato.

http://www.italialaica.it/news/editoriali/55845

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