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Fecondazione, embrioni ‘in più’ alla ricerca: ricorso per abolire il divieto dalla Legge 40

L’iniziativa davanti al tribunale di Milano per chiedere l’intervento della Consulta. I due genitori hanno avuto una bambina e due gemelli ricorrendo alla procreazione assistita e avevano fatto crioconservare un embrione

ROMA – Utilizzare a fini di ricerca scientifica l’embrione crioconservato presso i laboratori della struttura in cui ha effettuato i trattamenti di fecondazione assistita. La richiesta è contenuta nel ricorso presentato al tribunale di Milano da una coppia con problemi di fertilità che, attraverso interventi di procreazione medicalmente assistita omologa (con gameti della stessa coppia), ha avuto prima una bambina e poi due gemelli. Tre gli embrioni che, su parere del medico, erano stati prodotti; due sono stati impiantati, il terzo è crioconservato. Ed è su questo terzo embrione che la coppia ha basato il proprio ricorso.  Il ricorso contesta infatti il divieto di utilizzare per scopi di ricerca scientifica gli embrioni non utilizzati; divieto contenuto nella legge 40 che regola la fecondazione assistita e che rappresenta forse l’ultima delle pietre miliari rimaste in piedi della legge 40 dopo gli interventi della Corte costituzionale. Negli ultimi anni, infatti, sotto i colpi delle sentenze della Consulta sono caduti i cardini del provvedimento, l’ultimo dei quali il divieto di fecondazione eterologa, l’inseminazione intrauterina con seme di donatore, oppure di fecondazione assistita con ovociti e/o seme ottenuto da donatori.

 
 
L’impiego degli embrioni per la ricerca potrebbe essere il prossimo divieto a cadere: per effetto di altri ricorsi la questione in realtà è già all’attenzione della Consulta, che per altro sta attendendo anche una pronuncia della Corte di Strasburgo. E lo stesso ricorso della coppia milanese chiede che il tribunale sollevi dubbio di costituzionalità sulla norma che vieta la ricerca, l’art. 13 della legge 40. Il presupposto da cui muove l’istanza – predisposta dai legali Massimo Clara, Marilisa D’Amico e Maria Paola Costantini – è che l’embrione, come i tessuti umani, sia costituito da “parti del corpo” appartenenti solo ai due partner e in quanto tale nella loro disponibilità in base al principio di autodeterminazione. Per questo la coppia chiede innanzitutto la restituzione dell’embrione, per destinarlo alla ricerca senza scopo di lucro e senza finalità selettive o eugenetiche.Quindi chiede che si sollevi questione di legittimità costituzionale sull’art. 13 della legge 40 per violazione dell’art. 32 della Costituzione, che vieta procedure sanitarie senza il consenso dell’interessato; dell’art. 2 sul diritto di autodeterminazione, dell’art.3 per irragionevolezza, dell’art. 9 che stabilisce che la Repubblica promuove la ricerca scientifica, dell’art. 13 che definisce inviolabile la libertà personale. Citando infine dati nel ministero della Salute, il ricorso riferisce che gli embrioni crioconservati nel 2012, data di ultima rilevazione, sono 18.957, 159 in più dell’anno precedente.
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