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Femminicidio virtuale ma non troppo

Cosa succede in città

I troll misogini impazzano per il web. Un saggio di Amanda Hess spiega come gli approcci sessuali indesiderati indesiderati ledano profondamente la libertà delle donne.

giovedì 9 gennaio 2014 12:14


«Le minacce di stupro o di morte e lo stalking riescono a sconfiggere la nostra autostima, si prendono gran parte del nostro tempo, ci costano molto denaro in termini di parcelle legali e servizi di protezione online». Le aggressioni verbali contro le donne che circolano per la rete sono l’oggetto di un corposo articolo di Amanda Hess sul Pacific Standard, nel quale l’autrice spiega come gli approcci sessuali indesiderati intacchino in profondità la libertà femminile nell’era di internet.
«Non so più quanto tempo ho passato a controllare l’attività online di uno stalker particolare» scrive Hess. «E poiché internet sta diventando sempre più importante per le esperienze umane, la possibilità per le donne di frequentare la rete e di lavorarvi in pace è offuscata, e troppo spesso limitata, dalle imprese online che ospitano queste minacce, dalla miriade di agenti di polizia che le investigano e dai commentatori che rifiutano di accettarle: arene dominate dalla presenza maschile, da uomini che per la maggior parte non si rendono minimamente conto di ciò che le donne devono affrontare quotidianamente».

Il problema merita in effetti molta attenzione. Da anni ritengo evidente che le minacce sessuali online siano responsabili dell’emergere di una rete sproporzionatamente popolata da uomini. Facendo un passo indietro ai primi anni Duemila, quando su internet andavano per la maggiore i commenti di natura politica, chi scrive è stato oggetto di interventi molto pesanti, ai limiti del villano; e tuttavia, come la maggior parte dei blogger del tempo, anch’io sottoscrivevo in un certo senso la mentalità dominante: quella secondo la quale i commenti inappropriati erano il male minore, in quanto misuravano l’importanza dello scrittore o dello scritto.
L’ego dei blogger era dunque portato a ritenere, tutto sommato, la presenza di commenti al vetriolo e addirittura di minacce come un piccolo prezzo da pagare per la gran quantità di ottimi commenti: specie se paragonati alla noia mortale delle barbose lettere alla redazione dell’era pre-internet.

Poi, ospitando sul blog la giornalista Megan McArdle, all’epoca impiegata a questa testata, mi capitò di avere le credenziali d’accesso alla sua casella di posta per gestirla mentre lei era in vacanza. Rimasi sconvolto dal tono incredibile di certe lettere rivolte a lei. Per quanto fossi preparato ai toni villani e anche minacciosi, ciò che i commentatori scrivevano a Megan Mc Ardle andava al di là di ogni mia immaginazione. Fu così che la mia prospettiva sul problema cambiò radicalmente.

Ma non è tutto. Con gli anni, chi scrive ebbe a rendersi conto che anche un’altra categoria, oltre alle donne, è soggetta a minacce particolari, che prima di imbattervisi apparivano del tutto invisibili: si tratta degli uomini gay. A loro è rivola non soltanto l’invettiva sopra le righe, ma anche e soprattutto l’insulto ipersessualizzato, come quello indirizzato alle donne.
Ma descrivere o citare il tono di tali commenti non è sufficiente; per comprendere un tale fenomeno è necessario esservi sottoposti quotidianamente, con regolarità. Invece di un molestatore isolato che vi insulta mentre camminate per strada, immaginate decine di persone che condividono lo stesso odio aggressivo apparire casualmente ma continuamente in ogni angolo di ogni quartiere. Ecco ciò che molte blogger devono sopportare per anni e anni.

Interrogando giornaliste e blogger, appare evidente come la quasi totalità di loro abbiano sperimentato tale fenomeno. Ma non solo: molte hanno anche indicato l’abuso di genere online come motivo principale per cui hanno deciso di adottare una forma giornalistica meno personale del blog o, addirittura, di smettere di scrivere del tutto.
Viene da chiedersi a quante blogger di talento la rete debba rinunciare a causa dei vili insulti sessisti rivolti alle donne che scrivono. […] L’aver conosciuto una tale gravità di comportamenti non dovrebbe essere una scusa, per chi controlla i forum pubblici online, per accettare passivamente insulti ipersessualizzati che non sarebbero tollerati nella vita reale.

Conor Friedersdorf

Articolo originale su The Atlantic
traduzione di Belinda Malaspina

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