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Fermo, dopo il terremoto i vulcanelli nei campi – Foto

di Enzo Castellano

Santa Vittoria in Matenano – Grigia ma luciccante quando i raggi del sole riflettono. Pastosa, morbida, come fosse una crema. Quasi ti invoglia a toccarla, ad accarezzarla delicatamente. Calda ma non eccessivamente. E’ l’argilla che fuoriesce dal sottosuolo che nella provincia di Fermo, in contrada San Salvatore in territorio di Santa Vittoria in Matenano e a Monteleone di Fermo, è stato ‘rivoluzionato’ dal terremoto, in particolare dalla scossa di magnitudo 6.5 di domenica mattina 30 ottobre.

 

Terremoto: Fermo, preoccupano i vulcanelli d’argilla nei campi – Foto

E’ un vulcanello di fango argilloso che continua a scorrere lentamente. Attivato dalla prima forte scossa, i primi effetti sono arrivati in superficie il primo novembre, più o meno in tarda mattinata – ma non si sa quando finirà, perché la terra continua a borbottare, continua a tremare, quando più e quando meno ma continua. Così dal sottosuolo, da una profondità ancora indefinita, l’argilla continua a risalire e a fuoruscire. E c’è Fausto che si guarda intorno, gli occhi lucidi per lo scoramento e l’impotenza, e poi accompagna con gli occhi indicando a distanza quel fiumiciattolo scuro che proprio non gli ci voleva nel suo campo coltivato a foraggio e dove ci sono alberi di ulivo. Coltivazione e alberi condannati a morte. Il terremoto gli ha risparmiato la casa colonica e il capannone con animali e attrezzi agricoli, ma in eredità gli ha lasciato qualcosa che certo non desiderava.

Due anni fa, l’esplosione del vulcanello a Macalube (Archivio Agi)

“Non mi ero accorto di nulla, dopo la scossa ho pensato solo a guardare se la casa avesse avuto dei danni, se il capannone fosse a posto – dice Fausto Paternesi Meloni con tono sommesso al cronista dell’Agi, mentre a qualche metro di distanza ci sono alcuni ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell’università La Sapienza di Roma che stanno raccogliendo campioni di acqua e argilla – Poi dal vicinato (dice proprio così, ndr) che sta più in alto mi hanno avvertito che vedevano qualcosa uscire dal campo, di colore diverso dal verde del foraggio”.

Era il fango argilloso che approfittando anche di una bella pendenza del terreno prendeva strada e avanzava. Ma non solo: il raggio di argilla si allargava e andava a prendere posto sotto gli alberi di ulivo. E’ evidente che quegli alberi diranno addio, anzi sarà Fausto a doverli ormai considerare perduti. Un danno che si somma a quello che già di suo aveva fatto la mosca olearia nelle Marche come in Umbria e altre regioni divorando la drupa, la parte carnosa dell’oliva, e quindi compromettendo buona parte della raccolta e trasformazione in olio.

Il fango che con lento ma costante passo esce, si va ad aggiungere a quello che è venuto fuori i primi giorni di novembre e comincia ad indurirsi intorno alla bocca della via di fuga, mentre quello che scorre in discesa resta più morbido e metro dopo metro si avvicina ad uno dei corsi di acqua che poi vanno ad alimentare i fiumi di questo versante delle Marche. Un po’ più in alto, sempre nel campo coltivato a foraggio, c’è un altro vulcanello, da dove per ora esce più acqua che argilla, ma è acqua molto mineralizzata. Acqua dalle caratteristiche chimico-fisiche peculiari.

Certo per il mondo scientifico i vulcanelli non sono una rarità. In Italia si possono trovare lungo tutto l’Appennino, con manifestazioni più spettacolari soprattutto in Emilia-Romagna e in Sicilia, spiega l’Ingv. Scientificamente si tratta di strutture geologiche che fuoriescono in superficie in contesti tettonici compressivi. Il materiale emesso dai vulcani di fango è composto principalmente da argilla mista a una miscela di acqua e gas, ed è un processo geologico noto come “vulcanismo sedimentario”.

Uno dei requisiti fondamentali per la formazione dei vulcani di fango – spiega l’Ingv, che con Emergeo, uno dei suoi gruppi operativi di emergenza sismica sta monitorando la situazione – è la presenza in profondità di spesse successioni di sedimento fine poco consolidato, ossia caratterizzato da una densità minore rispetto alle rocce sovrastanti, tale da permetterne la risalita. Successioni di sedimento che, deposte in condizioni di veloce ed abbondante sedimentazione, non consentono la totale espulsione dei fluidi interstiziali presenti. Con la pressione litostatica (pressione di carico dovuta al peso delle rocce sovrastanti), causata dal materiale soprastante, aumenta la pressione interstiziale che genera a sua volta la migrazione – quindi fuoriuscita – dei fluidi presenti nel sedimento stesso. In natura esistono vari meccanismi in grado di produrre un aumento della pressione interstiziale tale da generare la formazione di un vulcano di fango: dalle spinte tettoniche, soprattutto quelle compressive, alla deidratazione della componente argillosa, fino alla formazione di idrocarburi.

Aspetti scientifici che per la gente del posto è una lingua sconosciuta. Qui, molto più concretamente, si vuole sapere cosa sia meglio fare. A quota 600 metri sul livello del mare, Santa Vittoria in Matenano sembra un paese quasi disabitato. Sullo sfondo Falerone e Penna San Giovanni, posti su due cucuzzoli, intorno le vallate e le colline appenniniche, in paese è scarsissima la gente in strada, e la prima impressione è quella della fuga generale. Quei pochi che riesci ad incontrare parlano preoccupati del terremoto, della presenza di questi vulcanelli e s’interrogano sul loro significato, ovvero su quali conseguenze potranno esserci se il sottosuolo continuerà, e per quanto ancora, a mandare in superficie argilla quasi allo stato liquido.

Preoccupato si dice anche Teo Tempestilli, un altro agricoltore della zona, che di vulcanelli se ne ritrova anche lui nel podere. “Probabilmente qualcosa già c’era prima – dice – ma non sono sicuro che fossero così. Di certo adesso si vedono, eccome, e mandano fango”. Anche in questo caso in discesa verso il corso d’acqua che scorre dietro la sua casa-azienda. “Siamo preoccupati per quello che accade, nessuno ci dice niente… Non sappiamo di che si tratta”. La domanda vera è se si tratti di una sorta di allert, di spia naturale perché non ci si dimentichi del pericolo o indica l’imminenza di una nuova attività sismica. Se il vulcanello è attivo è perché – verrebbe da dire – comunque il fenomeno sismico non è sopito, lo sciame sismico produce questi fenomeni secondari. Andrebbe monitorato, magari con telecamerine scientifiche, dice qualcuno in paese. 

 

Per approfondire:

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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