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Fin dove “intendersi”, con le “altre” religioni?

Di Attilio Tempestini –

Le settimane scorse abbiamo avuto notizia, sia di una sentenza emessa dalla corte di appello di Genova, la quale ha ritenuto penalmente irrilevante che -come rito religioso- si sgozzassero animali; per di più, in luogo pubblico. Sia di una convenzione, fra il Comune di Venezia e la locale comunità ebraica, che ha esteso i confini del ghetto a quasi l’intera città: così da alleggerire per tale comunità, il divieto religioso di uscire dal ghetto stesso in determinati giorni.

Il primo caso mi pare balzi più agli occhi, giacché in nome della religione non si dà peso ad evidenti (pur se non appartenenti, al genere umano) “parti lese”; anzi, massacrate. Ma entrambi i casi possono ritenersi esempi -per dirla con Raffaele Carcano, ad un cui articolo su “Micromega” devo la segnalazione della vicenda veneziana- di un favor religionis. Sarebbe infatti davvero difficile considerarli, tali provvedimenti, semplicemente atti dovuti. La corte genovese avrebbe ben potuto ritenere invece che stando all’art. 8 della Costituzione, “le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano”: e che, dunque, quanto vale per gli statuti vale anche per i riti (magari previsti, dagli statuti stessi) qualora essi, comportando crudeltà verso gli animali, violino il codice penale che la sanziona.

Sulla convenzione veneziana, poi, è appena il caso di osservare che l’ordinamento giuridico italiano non prevede ghetti: cioè quartieri di una città, designati a dimora coattiva per chi è di religione ebraica. Non si vede, quindi, su quale base un sindaco possa rideterminare i confini di un ghetto.

Peraltro, tale favor religionis in tutti e due i casi non riguarda la religione cattolica. Cosicché proverei ad inquadrare questi casi -oggettivamente, considerati: poiché la convenzione veneziana chiama in causa un sindaco, al quale le seguenti considerazioni non mi pare si attaglino- in un contesto che vede l’art. 7 della Costituzione porre la Chiesa cattolica, un gradino più su rispetto alle altre religioni ed a chi non ha una fede religiosa.

Per chi voglia, allora, dare a tale gradino la minor altezza possibile, una prima via è quella di abbassare lo status di chi si trova alla sommità del gradino medesimo: di alleggerire cioè il fardello di quei Patti lateranensi, a protezione dei quali l’art. 7 è stato approvato. Si tratta della via percorsa, con esiti di rilievo piuttosto dubbio, mediante la revisione concordataria di qualche decennio fa.

L’altra via è quella di elevare lo status, di chi si trova alla base di tale gradino. Intervenendo o in termini complessivi, cioè tramite quelle Intese con “le confessioni religiose diverse dalla cattolica”, che il suddetto art. 8 della Costituzione altresì prevede. O con provvedimenti specifici, come appunto la sentenza e la convenzione caratterizzate dalla benevolenza che abbiamo, rilevato.

Ma proprio alla luce di tale sentenza e tale convenzione, viene da chiedersi: fino a che punto è il caso di intendersi con le altre religioni -attraverso Intese, o con provvedimenti specifici-? Alle Intese, in effetti, si può imputare di lasciare pur sempre nella condizione originaria sia i culti che non le stipulino (magari semplicemente perché non intende stipularle, lo Stato); sia comunità informali, come quelle delle persone agnostiche o atee. Nel contempo, alle Intese come a provvedimenti specifici, si può imputare di restringere lo spazio per un diritto di tipo generale; il quale esprima valori di tipo universale e li consolidi.

Questa seconda via presenta, dunque, alcune problematicità; che Raffaele Carcano nel suddetto articolo mette bene in luce. Tuttavia, aggiungerei io, anche definire il concetto di un diritto generale presenta qualche problematicità. Sarebbe sì possibile infatti, identificare come estranee a tale concetto le norme che facciano diretto riferimento alle singole confessioni religiose: per esempio (ed in tema di ghetti),una norma la quale limitasse per chi è di una certa religione, la libertà di movimento. Ma facciamo il caso, di una norma la quale richieda per i documenti di identità una foto a capo scoperto: siamo nell’ambito di un diritto generale, o di un diritto ostile ad una religione?

Carcano, d’altra parte, amplia il discorso a questioni che né direttamente né indirettamente concernono la religione: e critica, in quanto di tipo non generale, pure norme come quelle che prevedono “quote riservate”. Ma se per queste ultime intendiamo, ad esempio, le “quote rosa” cioè misure per favorire settori della società che si trovano in situazioni di svantaggio, ecco che un diritto “generale” potrebbe andare non nel senso di quell’uguaglianza, cui su “Micromega” l’articolo di Carcano mira quanto a laicità; bensì nel senso, del mantenimento di disuguaglianze.

Infine, a proposito di laicità e di “Micromega”, un’osservazione. Non ho visto su tale pubblicazione, che in generale fa della laicità una sua caratteristica, dare un risalto critico all’arretramento cui il Movimento 5 stelle è venuto per la legge sulle unioni civili -ed in seguito a cui, tale legge  è risultata meno incisiva-. Se si intende la laicità, come un’istanza universalistica, non si dovrebbe altresì muoverle erga omnes le critiche, a chi fa passi indietro?

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