Libero cilicio in libero stato

Codice Da VinciCe ne aveva offerto un vivido racconto Dan Brown, nel suo «Codice da Vinci» e una rappresentazione, ancor più cruda, il regista Ron Howard, nella sua trasposizione cinematografica. Dal dizionario si apprende che si tratta di un «panno ruvido e grossolano di pelo di capra, usato dai Romani»; e che, dalle sue origini classiche in avanti, è divenuto una «cintura molto ruvida di setole annodate, portata sulla pelle nuda per penitenza». Il concetto di espiazione della colpa è tanto connaturato a questo oggetto che l’uso figurato del nome che lo designa, nella nostra lingua, può stare per “tortura”, “tormento fisico”, “supplizio morale”. Gli anacoreti cristiani erano soliti «indossarlo sulla nuda pelle per mortificare la carne» (Wikipedia).

È evidente di cosa stiamo parlando. La senatrice Paola Binetti, esponente di punta di un cattolicesimo assai “intenso” e sempre più attivo all’interno del centrosinistra, ha offerto al sistema dell’informazione la sua testimonianza di credente che fa ricorso a pratiche di mortificazione del proprio corpo. E, così, ha fatto irruzione, nello spazio pubblico, il cilicio. Sia chiaro: non intendiamo certo avallare quegli argomenti, così diffusi, che stabiliscono un’equiparazione tra l’arcaicità di talune pratiche e il loro (presunto) carattere primitivo e oscurantista.

E, d’altra parte, sono assai diffuse - nelle nostre società - forme di manipolazione del corpo (attraverso interventi dietetici, igienici, estetici, chirurgici, sanitari, agonistici...) altrettanto, se non più, afflittivi. Insomma, è pacifico che per noi Paola Binetti può fare, del suo corpo, ciò che meglio crede: libero cilicio in libero stato.

E sarebbe interessante, come esercizio intellettuale, cercare di comprendere il senso della partecipazione corporea del cattolico alla sofferenza di Cristo; tornare a riflettere - da laici - sul valore mistico e ascetico della mortificazione; interpretare l’accettazione del dolore e l’esercizio della sopportazione alla luce delle trasformazioni che interessano il rapporto tra corpo e cultura e tra corpo e società. Perché il dato materiale, sensuale e corporeo della nostra esistenza si va facendo sempre più centrale in molte delle questioni del nostro tempo.


Non a caso la bioetica rappresenta l’orizzonte sul quale si addensano le maggiori ansie e attorno al quale ruotano le più accese passioni che percorrono la società; e le relazioni tra stato, legge, dimensione collettiva e pubblica - da un lato - e corpo, persona, individuo - dall’altro - è in via di costante ridefinizione. E costituisce il terreno di confronto (e scontro) per molte delle forze oggi in campo. Insomma, siamo con Paola Binetti. E per quale motivo dovrebbero apparirci socialmente accettabili le diete più estenuanti e i patimenti della chirurgia estetica e non le pratiche (fisicamente forse meno mortificanti) di taluni credenti?

Tuttavia, ci sono un paio di domande che vorremmo porre alla senatrice Paola Binetti: non crede che in molti, moltissimi casi (come in quello di Piergiorgio Welby) la volontà di fuggire il dolore abbia la stessa dignità morale della sua volontà di accettarlo? Non crede che se è lecito per un credente sottoporre il proprio corpo a sofferenze “gratuite”, debba essere lecito, per chiunque altro, rifiutare altre - parimenti gratuite - sofferenze? Ecco, allora, che la critica ai rigori di certe pratiche religiose solleva (giuste e sacrosante) repliche: «Chi siete voi per giudicare? Se in quest’epoca ognuno fa del proprio corpo ciò che vuole, perché tale diritto deve essere negato proprio a noi credenti?».


Tuttavia, una contraddizione appare stridente: i credenti si appellano a quel principio di sovranità sul proprio corpo per rivendicare un loro diritto e una loro libertà; si appellano a un principio che, fatta salva questa circostanza, combattono ogni giorno in materia di libertà di cura, di maternità consapevole, di politica sulle droghe, di riconoscimento del valore delle scelte sessuali e relazionali della persona.

Beh, per quanto ci riguarda non avranno mai di che preoccuparsi: il loro cilicio non ci interessa e la pensiamo un po’ come Vittorio Messori: «vivremmo tutti meglio se ciascuno si facesse i cilici suoi». Pure, diamo a quei credenti un modesto consiglio: attenti, se la battaglia (che per alcuni di voi appare proprio una “guerra”) che avete avviato contro molte libertà personali conducesse davvero a un controllo della sfera pubblica sulle libertà individuali, un giorno qualcuno, per una strana eterogenesi dei fini, potrebbe contestarvi l’uso di qualsivoglia ruvida corda di peli di capra, cinta sulla coscia o dove più vi pare.


E, allora, dovrete augurarvi che qualche radicale senza Dio, qualche liberale illuminato, qualche sincero democratico corra in vostro aiuto, a difendere la vostra libertà di credenti.

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