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Vatileaks, il caso è aperto

Papa e CardinaliLuca Kocci
È stato rinviato a giudizio per furto aggravato il maggiordomo di papa Ratzinger, Paolo Gabriele, il “corvo” che, secondo i magistrati vaticani, avrebbe trafugato e consegnato documenti riservati del pontefice e della Santa Sede al giornalista Gianluigi Nuzzi che poi li pubblicò. E con lui è rinviato a giudizio anche Claudio Sciarpelletti, tecnico informatico della Segreteria di Stato vaticana, per favoreggiamento.
Ma la vera notizia, contenuta sia nella requisitoria del promotore di giustizia Nicola Picardi – una sorta di pubblico ministero – sia nella sentenza di rinvio a giudizio depositata dal giudice istruttore vaticano Piero Antonio Bonnet, è che il caso non è chiuso: ci sono ancora diversi “corvi” in circolazione e si continua ad indagare, fra l’altro, per «delitti contro lo Stato» e per «concorso di più persone in reato».

Il promotore di giustizia ha chiesto la chiusura «parziale» dell’inchiesta, mentre rimane «aperta l’istruttoria per i restanti fatti costituenti reato» nei confronti dei due imputati «e/o di altri». E lo si evince anche dalla presenza di numerose persone coinvolte, indicate negli atti solo con delle lettere dell’alfabeto, che avrebbero collaborato al Vatileaks.

Gabriele, recluso per quasi due mesi in una cella della gendarmeria vaticana e poi detenuto agli arresti domiciliari, durante gli interrogatori ha confessato di aver sottratto dei documenti, di averli fotocopiati e poi consegnati a Nuzzi, partecipando anche ad una sua trasmissione a La7, con i lineamenti e la voce travisata. «Ho scelto Nuzzi come interlocutore a preferenza di altri soprattutto per l’impressione che aveva destato in me il volume Vaticano Spa» e perché «mi sembrava persona preoccupata di dare informazioni senza gettare fango e senza calunniare altre persone». Anche perché Gabriele ha dichiarato di non aver ricevuto soldi, ma di aver agito per motivi ideali: «Vedendo male e corruzione dappertutto nella Chiesa ero sicuro che uno shock, anche mediatico, avrebbe potuto essere salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario»; «vedevo nella gestione di alcuni meccanismi vaticani una ragione di ostacolo o comunque di scandalo per la fede». Oltre alle copie di alcuni documenti, nell’appartamento dell’ex maggiordomo è stato ritrovato anche un assegno di 100mila euro intestato a Ratzinger proveniente dall’Università cattolica S. Antonio di Guadalupe (che sicuramente Gabriele non avrebbe potuto incassare), una pepita «presunta» d’oro donata al papa – la Santa Sede non chiarisce – e un’edizione dell’Eneide del ‘500, che Gabriele dice di aver preso in prestito con il consenso del segretario del papa.

Tranne quella della difesa («la deformazione dei processi ideativi del Gabriele ha abolito la coscienza e la libertà dei propri atti»), le perizie psichiatriche non hanno giudicato Gabriele insano di mente, ma solo «suggestionabile» e «in grado di commettere azioni eterodirette». Inoltre i magistrati scrivono che ha reso una confessione «certa, esplicita e spontanea» – senza gli «odiosi metodi dell’inquisizione», rivela incautamente il promotore di giustizia vaticano –, quindi andrà a processo. Insieme a Sciarpelletti, arrestato il 25 maggio – il giorno successivo a Gabriele – e subito rilasciato sotto cauzione, accusato di favoreggiamento: nella sua scrivania sono state trovate copie di documenti riservati. Ma è proprio dalle testimonianze «ondivaghe e contraddittorie» dell’informatico che il Vatileaks appare una vicenda ben più ampia e complessa dell’iniziativa isolata di un maggiordomo: la busta con i documenti, ha dichiarato Sciarpelletti, «mi fu consegnata da W (uno dei nomi coperti da omissis, ndr) per consegnarla al sig. Gabriele»; inoltre ho «ricevuto una busta simile, sempre chiusa, con apposti alcuni timbri, di cui ignoro il contenuto, da parte di X».

Pertanto l’inchiesta prosegue perché non si è fatta «piena luce su tutte le articolate e intricate vicende», scrivono i giudici vaticani. Del resto nelle carte si parla solo di Nuzzi, ma i documenti sono stati pubblicati anche da altri quotidiani, che avevano fonti diverse dal maggiordomo. I magistrati «non escludono la possibilità di continuare le indagini su eventuali complici di Gabriele» e su «eventuali rogatorie internazionali», ammette p. Lombardi, direttore della sala stampa della Santa sede. «L’istruttoria vaticana va avanti, anche con tempi consistenti per la sua meticolosità». Il caso, quindi, è ancora lontano dall’essere chiuso.

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