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Francesco ai giovani dell’Asia: «La vostra strada la sceglie Dio»

Il Papa alla Giornata della Gioventù asiaticaIl Papa alla Giornata della Gioventù asiatica

Gianni Valente
santuario di Solmoe

Sant’Andrea Kim aveva 16 anni quando chiese di essere battezzato e ne aveva 25 quando fu arrestato e impiccato a Seul, nel 1846, a causa di Cristo. La sua casa paterna, a Solmoe, la “collinetta della foresta di pini”, è diventata il Santuario dei Martiri coreani. Lì Papa Francesco si è fermato per alcuni momenti di intensa preghiera, nel pomeriggio del secondo giorno del suo viaggio in Corea. Poi, lì vicino, sotto un mega-tendone climatizzato, il Vescovo di Roma ha incontrato ed entusiasmato con le sue parole evangeliche i 6mila giovani cristiani arrivati da tutta l’Asia per partecipare alla VI Giornata della Gioventù asiatica. Piccole e grandi comitive giunte dalla Mongolia e dalle Filippine, dal Giappone e dall’Indonesia, che hanno aspettato il Papa latino-americano cantando e ballando, contagiando vescovi e monsignori con le loro allegre coreografie collettive.

Prima del discorso del Papa, tre ragazzi hanno raccontato in brevi interventi le loro attese, le loro speranze, le loro incertezze. Leap, cambogiana, gli ha chiesto di aiutarla a scegliere tra la sua iniziale vocazione alla vita religiosa e il nuovo desiderio di fare il medico, domandando al Pontefice anche di favorire la beatificazione dei martiri del suo Paese per confortare la fede dei cristiani cambogiani. John, di Hong Kong, gli ha chiesto di indicargli qual è la «missione particolare» dei cattolici cinesi nel mondo. Marina, la coreana, gli ha raccontato delle ansie dei giovani soffocati nel tritacarne del turbo-capitalismo asiatico e gli ha chiesto di parlare ai suoi coetanei della «vera felicità».

A loro, papa Francesco ha riproposto con parole semplici il prodigio inconfondibile dell’avventura cristiana. Lo ha fatto soprattutto nelle risposte a braccio alle domande dei tre ragazzi, pronunciate in italiano, con traduzione consecutiva in coreano, quasi alla fine del suo intervento. Ancora una volta, anche in terra coreana e con tutte le difficoltà di comunicazione, sono state proprio le parole aggiunte “fuori programma” da Papa Bergoglio ad accendere e commuovere i ragazzi e le ragazze.

Alla cambogiana Mai, papa Francesco ha detto che il conflitto tra la vocazione religiosa e lo studiare per fare bene agli altri «è un conflitto apparente: quando il Signore chiama, qualsiasi sia la chiamata, è sempre per fare il bene agli altri: tu non devi scegliere nessuna strada. È il Signore che la sceglie, tu devi solo ascoltare». Ai ragazzi stipati nel tendone, il Papa ha chiesto di ripetere tre volte ad alta voce la domanda: Signore cosa vuoi da me?, aggiungendo che a essa si risponde «con la preghiera e il consiglio di alcuni veri amici, laici, sacerdoti, vescovi, papi. Anche il Papa può dare buoni consigli». Poi, davanti al «dolore» manifestato dalla ragazza per l’assenza di martiri cambogiani, Bergoglio ha risposto che anche in Cambogia di santi ce ne sono tanti, «anche se la Chiesa non li ha ancora riconosciuti. Ma io ti prometto» ha detto papa Francesco «che appena tornato a casa parlerò con la persona incaricata di questo, che è una persona buona, si chiama Angelo (il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, ndr).

Prendendo spunto dalle domande sulla felicità di Marina, la ragazza coreana, papa Francesco ha ripetuto che «la felicità non si compra. Perché quando tu compri una felicità, ti accorgi che non dura. Soltanto la felicità dell’amore è quella che dura, e la strada dell’amore è semplice: ama Dio e il prossimo. E come posso sapere che amo Dio? È semplice: se ami il prossimo ami Dio, se non hai odio nel tuo core, ami Dio. Quella è la strada sicura per sapere se si ama Dio». Gli applausi e le grida di entusiasmo hanno avuto un’impennata quando il Papa si è riferito alla breve piece teatrale che alcuni giovani avevano recitato davanti a lui, ispirata dalla parabola del figliol prodigo: «Il Vangelo» ha detto Francesco, riproponendo il mistero della misericordia come cuore vivo dell’annuncio cristiano «dice che il padre ha visto il figlio da lontano. Perché lo ha visto? Perché saliva ogni giorno a vedere se il figlio tornava. (…) In cielo si fa più festa per un peccatore che torna che per cento giusti che rimangono a casa». «Nessuno di noi» ha aggiunto Bergoglio «sa cosa ci aspetta. Nella vita possiamo fare cose brutte, bruttissime. Ma mai disperare di tornare a casa perché il padre vi aspetta» E poi, rivolgendosi ai tanti sacerdoti presenti: «A voi dico: per favore, abbracciate i peccatori e siate misericordiosi. Dio mai si stanca di perdonare, mai si stanca di aspettarci».

Nella parte del discorso che ha letto in inglese, papa Francesco ha proposto proprio la testimonianza del martirio che è manifestazione più sorprendente e umanamente inimitabile della dinamica cristiana. «Come il Signore fece risplendere la sua gloria nell’eroica testimonianza dei martiri» ha detto il Vescovo di Roma «allo stesso modo Egli desidera che la sua gloria risplenda nella vostra vita e attraverso di voi desidera illuminare la vita di questo grande Continente. Oggi Cristo bussa alla porta del vostro cuore. Vi chiama ad alzarvi, a essere pienamente desti e attenti, a vedere le cose che nella vita contano davvero. E ancora di più, Egli vi chiede di andare per le strade e le vie di questo mondo e bussare alla porta dei cuori degli altri, invitandoli ad accoglierlo nella loro vita».

Camminare sulla strada di Cristo – ha sottolineato papa Francesco – vuol dire anche abbracciare e favorire le attese buone e grandi che i ragazzi e le ragazze di ogni latitudine portano nel cuore: «Insieme con i giovani di ogni luogo» ha detto Papa Bergoglio «voi volete adoperarvi a edificare un mondo in cui tutti vivano insieme in pace ed amicizia, superando le barriere, ricomponendo le divisioni, rifiutando la violenza e il pregiudizio. E questo è esattamente ciò che Dio vuole da noi». A chi continua a considerare il cristianesimo come un prodotto religioso della civiltà occidentale,  Francesco ha ribadito che «la Chiesa è germe di unità per l’intera famiglia umana» e «in Cristo tutte le nazioni e i popoli sono chiamati a un’unità che non distrugge la diversità ma la riconosce, la riconcilia e la arricchisce».

Alle attese grandi e schiette dei ragazzi – ha notato con realismo il Papa – il mondo risponde soffocando spesso i semi di speranza nei rovi dell’egoismo, dell’ostilità e dell’ingiustizia, «non solo intorno a noi, ma anche nei nostri stessi cuori. Siamo turbati» ha ammesso il successore di Pietro «dal crescente divario nelle nostre società tra ricchi e poveri. Scorgiamo segni di idolatria della ricchezza, del potere e del piacere che si ottengono con costi altissimi nella vita degli uomini». E anche giovani «circondati da una grande prosperità materiale, soffrono di povertà spirituale, di solitudine e silenziosa disperazione». Davanti a questo scenario, il Papa ai giovani asiatici non ha indicato la via di fuga dei mondi virtuali o delle palingenesi utopiste. «Questo è il mondo nel quale voi siete chiamati ad andare per testimoniare il Vangelo della speranza, il Vangelo di Gesù Cristo e la promessa del suo Regno». E proprio nelle parabole, «Gesù ci insegna che il Regno entra nel mondo in modo umile e si sviluppa in silenzio e costantemente là dove è accolto da cuori aperti al suo Messaggio di speranza e di salvezza. Il Vangelo ci insegna che lo Spirito di Gesù può portare nuova vita al cuore di ogni uomo e può trasformare ogni situazione, anche quelle apparentemente senza speranza». La Parola di Gesù «ha il potere di toccare ogni cuore, di vincere il male con il bene e di cambiare e redimere il mondo». Anche i tre «suggerimenti» offerti dal Papa ai ragazzi dell’Asia per «essere testimoni gioiosi del Vangelo» si sono tenuti lontano da ogni complicato intellettualismo. Per continuare a camminare nella novità del cristianesimo – ha detto il Papa – occorre pregare, approfittare del dono dell’eucaristia e dei sacramenti, e aiutare i poveri e quelli che si trovano nel bisogno.

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