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Francesco e l’ ateo devoto

Questo Papa piace troppodi Adriano Sofri in “la Repubblica” del 11 marzo 2014 –
Ci si chiede se il pontificato di Francesco sia una rivoluzione nello stile, o anche nella dottrina, o almeno nelle conseguenze che se ne tirano.

Molti lo sperano, credenti e no, e alcuni lo temono.
Temono che la simpatia benevola sia il cavallo di Troia di un cedimento al mondo e alle sue licenze. Sono cattolici difensori della tradizione, ma anche non credenti assetati di assoluto, per così dire — un altro modo di dirlo è: assolutisti.

Il campione dei secondi è Giuliano Ferrara, che ha appena messo in ordine il suo pensiero e il suo stato d’animo nella fiammeggiante prefazione a una raccolta di scritti suoi e di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, oggi in libreria, Questo Papa piace troppo, ed. Piemme.

La partita, avvertono, si gioca nel giro di mesi. In autunno si terrà il sinodo straordinario, che loro chiamano, con allarme, Concilio Vaticano III, al cui centro staranno la famiglia, la sessualità, il modo di venire al mondo e di andarsene. Ferrara, ateo confidente nella fede altrui («non ho fede ma considero perduta un’umanità senza fede») con una passione selvaggia per la teologia, rivendica il primato di questi temi sull’agenda gonfiata della politica e dei suoi accidenti quotidiani, che peraltro gli sta assai a cuore anche lei. Ferrara deve riconoscere — Chiesa a parte — i veri precursori nei radicali della legalizzazione dell’aborto e del divorzio, poi del percorso “dal corpo del malato al cuore della politica”. Precursori alla rovescia, s’intende, antiproibizionisti assoluti loro, inibizionista lui: ma i temi sono quelli. L’ecologismo, che prometteva di essere un ponte verso la trasformazione della politica, fu tentato a sua volta da un dialogo “scandaloso”: successe a proposito della manipolazione genetica fra Alex Langer e il Ratzinger del Sant’Uffizio, 1987.

Ora i cattolici tradizionalisti — Palmaro e Gnocchi ne sono esponenti combattivi e di scrittura vivace — hanno preso le mosse da una ribellione alla familiarità di modi di Francesco, in cui denunciano una ricerca di popolarità e una banalizzazione. Nel papa che fa l’“uomo come noi”, lamentano di aver perduto il Padre. Partiti da lì, hanno presto scovato una minaccia ai fondamenti della fede. (Qualche voce grossolana non esita a trattare Francesco da Antipapa, tanto più che in Vaticano ce ne sono due). Dietro l’affabilità di Francesco e i suoi gesti (lavare i piedi a un carcerato appare inedito e toccante agli uni e scontato e corrivo agli altri) è emersa la figura rocciosa del cardinale Walter Kasper. Emerito oggi, a 81 anni, Kasper era stato grande elettore di Bergoglio, a soli cinque giorni dalla scadenza. Forte teologo, era stato citato nel primo Angelus di Francesco, che gli ha affidato poi la preparazione del sinodo, preceduta da una consultazione internazionale di fedeli. Il suo testo, elogiato pubblicamente dal papa, destinato (come se fosse possibile) a restare provvisoriamente riservato, è stato pubblicato, con un bel colpo, dal Foglio. Possono leggerlo istruttivamente oltre che piacevolmente i profani, per nettezza di linguaggio: «Tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso (…)

Tutti sanno che esistono situazioni in cui ogni ragionevole tentativo di salvare il matrimonio risulta vano». Da lì la partita si è sdoppiata: da una parte il tentativo rimpianto di Benedetto XVI e il rigore ortodosso del cardinale Müller, prefetto della Congregazione per la  Dottrina della fede, dall’altra la suggestione umana di Francesco e la brillantezza storico-teorica di Kasper. Obbligati tutti alla necessità di contemperare giustizia e misericordia, si può dire che i primi tengano più al Dio, dunque alla Chiesa e all’uomo della giustizia, i secondi della misericordia. (Se non il peccato, come si augurava Scalfari, Francesco ha abolito l’ergastolo, che è l’inferno in terra, e piace troppo a certi laicisti e costituzionalisti devoti). Oppure che i primi siano ferreamente ancorati al ripudio del relativismo, mentre per i secondi, come ha detto Francesco, «i valori non negoziabili» sono un’espressione incomprensibile.

Però: lo stesso Ratzinger, prima che la dannazione del relativismo diventasse lo stendardo nel cui segno vincere, o almeno vivere, aveva riconosciuto per inciso che senza una misura di relatività non c’è conoscenza. E però: nella battuta sui valori non negoziabili (rincarata da Kasper) c’è un’ambiguità, perché può voler dire che i valori sono valori e la non negoziabilità è un sovrappiù, o all’opposto che anche sui valori scritti in cielo si può, sulla terra, doversi adattare. Più interessante è il rilievo che ha preso in questa puntata del rapporto fra continuità e cambiamento il tema della casistica, ridotta al catalogo di circostanze in cui la norma contrasta con la voce della coscienza. Sia Francesco che Kasper si premurano di allontanare da sé la tentazione della casistica, che suona nel loro discorso come un sinonimo del relativismo. Forse perché i gesuiti furono, nel bene e soprattutto nel male, se non gli inventori i perfezionatori della casistica, e il papa gesuita vuole sbarazzarsi di quell’ombra: «Dietro la casistica c’è sempre una trappola contro noi e contro Dio».

Ferrara, entusiasta delle Lettere provinciali di Pascal, detesta anche lui la casistica, e ne fiuta le tracce a Santa Marta. Tuttavia c’è una casistica non cavillosa né pretestuosa. Certo, quando il papa dice (a proposito della comunione ai divorziati): «Bisogna vedere i diversi casi», non intende far discendere da una casistica codificata il trattamento di ogni nuovo caso. (Kasper: «La pastorale e la misericordia … dietro ogni causa scorgono non solo un caso da esaminare nell’ottica di una regola generale, ma una persona che, come tale, non può mai rappresentare un caso e ha sempre una dignità unica»). Ma è lo stesso papa a evocare una figura singolare, esemplare del pensare per casi, nel dialogo con padre Spadaro: «Penso alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito. Poi si è risposata e adesso è serena con cinque figli.

L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore?». Ferrara dubita che la distinzione di Francesco tra «discernere e relativizzare » sia fragile, e che «lo stile pastorale porterà inevitabilmente a una svolta di rottura dottrinale». Può darsi di no, e che la Chiesa proceda lungo aggiustamenti che, senza scalfire le norme, ne riducano la lontananza “abissale”, come avviene già per la comunione ai divorziati, o per il funerale ai suicidi. Ancora nel 1953 una signora in bianco amata da Fausto Coppi sarebbe stata deplorata da Pio XII come adultera, e messa in galera dalla Repubblica italiana. All’Avvenire, Kasper ha detto riguardo alle donne, che vorrebbe anche alla testa di Consigli pontifici: «Sono convinto che anche con le vigenti regole canoniche si possa già fare qualcosa nelle Congregazioni, valutando le singole possibilità». Formulazione che sembra augurarsi qualcosa di più, oltre le vigenti regole canoniche. Quello che i tradizionalisti offesi vedono già compiersi e Ferrara, cui cautelarmente il Papa “piace”, scongiura. Altri lo augurano.

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