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Francesco e la popolarità: l’importante è non «credersela»

Il Papa durante il colloquio sul volo Seul-Roma(©Afp) Il Papa durante il colloquio sul volo Seul-Roma

ANDREA TORNIELI
Città del Vaticano

La popolarità di Papa Francesco è un dato innegabile, che sarebbe riduttivo misurare con le categorie del successo mediatico sulla base delle copertine delle riviste pop: ci sono tanti fedeli, ma anche tante persone non più fedeli o mai state fedeli, che guardano con simpatia al vescovo di Roma, ai suoi gesti, alle sue parole, in particolare alle omelie della messa mattutina di Santa Marta.

 

A questo fenomeno ha fatto riferimento la domanda della giornalista Anaïs Feuga, durante il colloquio sul volo Seul-Roma di lunedì scorso. «A Rio – ha detto la corrispondente di Radio France – quando la folla gridava: “Francesco, Francesco”, Lei rispondeva: “Cristo, Cristo”. Oggi lei come gestisce questa immensa popolarità? Come la vive?».

 

Queste le parole del Papa: «Io la vivo ringraziando il Signore che il suo popolo sia felice – questo lo faccio davvero – e augurando al popolo di Dio il meglio. La vivo come generosità del popolo, questo è vero. Interiormente, cerco di pensare ai miei peccati e ai miei sbagli, per non “credermela” (espressione in lingua spagnola che equivale a: “credersi importante”. Nella trascrizione è stata tradotta come “non illudersi”, ndr), perché io so che questo durerà due o tre anni, e poi… alla casa del Padre… E poi, non è saggio chiedersi questo, ma la vivo come la presenza del Signore nel suo popolo che usa il vescovo che è il pastore del popolo, per manifestare tante cose. La vivo più naturalmente di prima… Mi dico anche nella mente: non sbagliare, perché tu non devi fare torto a questo popolo».

 

Il primo elemento che compare nella risposta è la gratitudine: il Papa è consapevole di questa corrente di simpatia, di affetto e di vicinanza. Ringrazia Dio che il popolo sia felice. Un secondo importante elemento, lo si trova nella parte finale della risposta: se qualcosa di buono accade, se i cuori vengono toccati, il Papa – il pastore, il vescovo – è soltanto un mezzo, uno dei mezzi che il Signore «usa per manifestare tante cose». Un modo per ribadire che la Chiesa cresce per attrazione e non per proselitismo (come ha insegnato Benedetto XVI) e dunque l’evangelizzatore, il testimone, come pure il pastore, è solo uno strumento. Chi fa tutto, con i suoi tempi e i suoi modi, è Dio. Una consapevolezza, questa, che è all’origine della fede cristiana e determina uno sguardo e un approccio liberante anche per quanto riguarda la vita della Chiesa che non deve confidare su protagonismi, strategie, gruppi di «eletti», potere, strutture. È lo stesso sguardo che possiamo ritrovare espressa nell’umiltà di tanti predecessori di Francesco, a partire da Papa Ratzinger, o da Papa Luciani.

 

Proprio quest’ultimo, in occasione dell’ingresso come vescovo di Vittorio Veneto, aveva detto: «Appena designato vostro vescovo ho pensato che il Signore venisse attuando anche con me un suo vecchio sistema: certe cose, scriverle non sul bronzo o sul marmo, ma addirittura sulla polvere, affinché, se la scrittura resta, non scompaginata o dispersa dal vento, risulti chiaro che il merito è tutto e solo di Dio. Io sono la polvere; la insigne dignità episcopale e la diocesi di Vittorio Veneto sono le belle cose che Dio si è degnato scrivere su me; se un po’ di bene verrà fuori da questa scrittura, è chiaro fin da adesso che sarà tutto merito della grazia e della misericordia del Signore».

 

C’è infine un terzo elemento nella risposta di Francesco: di fronte alla «popolarità», il Papa pensa ai suoi peccati e ai suoi sbagli, per non «credersela». L’espressione, tipicamente argentina, riprende un insegnamento che Jorge Mario Bergoglio si sentiva ripetere dai genitori e che si può tradurre come «non pensare di essere importante». In questa chiave va letto anche l’accenno ai «due o tre anni».

 

È noto che questa popolarità infastidisce qualcuno anche all’interno della compagine ecclesiale. C’è la rete degli ex papisti che dopo aver passato anni a criticare quanti attaccavano Papa Benedetto, ora si dimostrano persino più accaniti e sarcastici di questi ultimi contro il suo successore. Ma c’è anche chi all’interno della Curia e più in generale della Chiesa, in qualche modo «cavalca» la popolarità del Papa usandola come un paravento, per lasciare poi che tutto nella gestione concreta continui come prima. E dunque di fatto vanificando il suo messaggio.

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