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Francesco, un gesuita al capezzale del Vaticano

Elezione Bergogliodi Dominique Chivot in “www.temoignagechretien.fr” del 13 marzo 2014 (traduzione: www.fine settimana.org) –
Lo Spirito Santo ha forse detto la sua, ma i 115 cardinali chiusi nella Cappella Sistina non erano solo dei figuranti, quel 13 marzo 2013: hanno cooptato colui che pensavano essere l’uomo della situazione.

Una forte personalità, in grado di far uscire la Chiesa di Roma dalla più grave crisi che avesse conosciuto da decenni. Francesco è stato eletto su una sorta di programma: salvare urgentemente il Vaticano. E, per questo, trovare la ricetta che era sfuggita ai suoi predecessori.

Jorge Bergoglio ha dato presto le indicazioni sul suo modo di procedere. Innanzitutto, si pone al centro e non al di sopra della Curia. I papi non hanno forse sofferto troppo del loro isolamento? A lui piace circondarsi e consultare, ma per meglio decidere da solo. Si stabilisce alla casa Santa Marta, e non nel palazzo apostolico. Compone attorno a sé un’équipe a lui vicina.

La sua “segretariola” attraverso la quale deve passare tutto, ormai. Un modo anche di ridurre l’influenza della segreteria di Stato. E poi, modifica tranquillamente ma sicuramente la rete della Curia, superando i compartimenti. Non sconvolge l’organigramma, ma conferma qualcuno, cambia qualcun altro.
Tarcisio Bertone, così controverso, viene sostituito alla segreteria di Stato da Pietro Parolin, un vero diplomatico, più giovane. Anche altre figure piuttosto conservatrici vengono scartate. Una “pulizia” che riduce le fila degli italiani, a favore dei latinoamericani, soprattutto. Infine, inizia le riforme strutturali. Per far questo occorre aggirare l’apparato esistente, giudicato incapace di innovare. Istituisce delle commissioni e fa riferimento a famose agenzie di consulenza. Razionalizzare: quella parola d’ordine si applicherà prima di tutto ai segni esteriori di ricchezza e di potere. Le automobili ufficiali vengono ridotte, i premi soppressi, perfino le tariffe delle inchieste di canonizzazione sono normalizzate! Basta con la corte in Vaticano.

Francesco valuta la posta in gioco di ciò a cui ha dato inizio. Considerevole. Una svolta con la sue chance. La prima carte vincente, è proprio lui stesso. Con il suo carisma, rivelato in poche settimane. Il papa cerca di essere un modello di semplicità, come pastore della “Chiesa dei poveri”. Condividere le sue messe e i suoi pasti a Santa Marta, schernire le tentazioni mondane dei prelati, ma anche recarsi subito sull’isola di Lampedusa: è aria fresca che soffia sul Vaticano. Anche con la sua abilità. Colui che dice di se stesso di essere furbo non è una persona dell’ambiente, il che lo preserva dalle consorterie, tuttavia è conosciuto per il suo gusto dell’autorità. È un pragmatico, che sa essere, quando necessario, prudente o perseverante. Quest’uomo dal carattere forte ha saputo, dopo qualche incertezza, circondarsi adeguatamente. Ha fatto appello a tutte le sensibilità, dalle congregazioni religiose più classiche all’Opus Dei. Per lui, sono gli uomini che contano, prima di tutto. Infine, sa guardare in tutte le direzioni per raccogliere appoggi.

Da buon latinoamericano, non trascura mai la devozione popolare, utilizzando un linguaggio figurato o facendo allusione a Satana; da buon gesuita, intende ricorrere all’intelligenza della fede. Ma è anche una svolta con i suoi rischi. Francesco dispone ancora di un grosso credito. Non sappiamo fino a quando potrà durare questo stato di grazia. “Ci vuole tempo per porre le basi di un cambiamento vero ed efficace”, ha detto. A 77 anni, il tempo non giocherà sempre a suo favore. Le cappelle conservatrici sono manifestamente le più riluttanti alle trasformazioni. Aspettano il momento propizio, un incidente, o che la burrasca passi, per dar battaglia e riconquistare qualche posizione in seno alla curia. Alcuni personaggi influenti, come certi cardinali americani, sperano in risultati importanti e rapidi e si preoccupano delle “uscite” di Francesco contro il liberalismo. Piccoli clan, nelle diocesi e nei gruppi politici italiani, non intendono abbandonare il loro posto facilmente.

Francesco intende “cambiare le mentalità prima delle strutture”. Ma il campo d’azione è vasto.  Considerando i primi mesi di pontificato, si delineano alcune tendenze. Riguardano innanzitutto la governance. Il papa vuole semplificare la struttura della Curia. La segreteria di Stato ritroverà un ruolo diplomatico più tradizionale. I dicasteri saranno riorganizzati.

Tutti i servizi dedicati alla comunicazione saranno raggruppati. Il “G8” potrebbe diventare, a termine, un vero “consiglio della corona” permanente. Riguardano poi il modo di affrontare i problemi sensibili, che avvelenano da decenni la vita della Chiesa. La linea di Francesco è chiara: basta proibizioni continuamente ripetute, “principi non negoziabili” su temi di morale individuale ad esempio, e priorità alle “concezioni positive” e alla misericordia. Aborto ed eutanasia, divorziati-risposati, matrimoni gay: nulla indica che la fermezza dottrinale su questi temi sia messa sotto il moggio; ma l’accento è posto sulla benevolenza pastorale. Le preoccupazioni di giustizia e di pace tornano ad essere prioritarie.

Questa assunzione di potere pone nuovamente il problema del ruolo del sovrano pontefice. Da un lato, il vescovo di Roma auspica maggiore collegialità. Parla dei patriarcati delle prime Chiese. Si rivolge alle “periferie” e alle conferenze episcopali. Vuole far uscire i sinodi da una funzione solo consultiva. Ma dall’altro lato, nell’era della globalizzazione, la Chiesa cattolica si incarna più che mai in un papa onnipresente. “La Chiesa ha un ritardo di duecento anni”, diceva il cardinal Martini. E la chiave della riforma, la detiene proprio il successore di Pietro.

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201403/140316chivot.pdf

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