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Francia, i gesuiti: sulla pedofilia a rischio la credibilità della Chiesa

La rivista Études affronta il nodo degli abusi sessuali e rileva come la reputazione dell’istituzione troppo spesso venga prima dell’ascolto delle vittime, mentre le norme introdotte da Benedetto XVI e Francesco con difficoltà trovano applicazione a livello locale. E’ invece importante che i ragazzi sotto choc siano aiutati a parlare, a liberarsi di un’esperienza tanto traumatica. Il potere della Chiesa deve essere al servizio dei più deboli.

FRANCESCO PELOSO
CITTA’ DEL VATICANO

«Études», la rivista dei gesuiti francesi, nel suo numero in uscita a maggio, interviene con un editoriale dal titolo «La verità vi renderà liberi» sul tema pedofilia nella Chiesa. Il testo trae spunto da una serie di eventi e di fatti di cronaca che hanno rimesso al centro del dibattito pubblico il tema degli abusi sui minori. Eventi come il film «Spotlight», vincitore del premio Oscar, che racconta la celebre inchieste del «Boston Globe» del 2001 sull’insabbiamento da parte della diocesi dei tanti casi di abuso su minori verificatisi in lungo arco di tempo. La vicenda si concluse con le dimissioni dell’arcivescovo dalla città americana, il cardinale Bernard Law. Poi c’è stata la testimonianza del cardinale George Pell, prefetto della Segreteria per l’economia, di fronte alla «Royal commission» australiana che indaga sul fenomeno degli abusi sui minori nel Paese, nella Chiesa e non solo. La testimonianza del cardinale ha suscitato clamore e attenzione a livello mondiale. Infine ha avuto eco mediatica la chiamata in causa del cardinale Philippe Barbarin di Lione da parte della giustizia francese, con l’accusa di aver coperto alcuni episodi di abuso, vicende alle quali fra l’altro la Chiesa francese sta provando a rispondere.

Secondo Etudes vanno sottolineati alcuni punti: intanto lo scandalo degli abusi oltre alla gravità in sé, al danno enorme che provoca alla vittima, getta discredito sulla morale cattolica e su quella sessuale in particolare, una morale molto esigente, che esce danneggiata nella sua proposta da vicende di questo tipo. «Ne va – si afferma – della stessa testimonianza cristiana». Quindi si precisa che l’imposizione del silenzio alla vittima, circostanza emersa in tanti casi, soprattutto in quelli meno recenti, equivale ad abusare una seconda volta di quest’ultima. E ancora si mette in luce come troppe volte prevalga, nelle diocesi, nel clero, la preoccupazione per il buon nome dell’istituzione rispetto al crimine commesso, alla violenza subita dal minore. Per altro le varie norme e la sensibilità introdotte sulla materia da Benedetto XVI e da Francesco, non trovano sempre riscontro nella realtà delle chiese locali, il clericalismo ha ancora la meglio (e non va confuso con l’obbedienza).

«Da Benedetto XVI in avanti – si legge nel testo – la dottrina ufficiale della Chiesa è chiara e ferma nel condannare questi atti, nella necessità di segnalare alla giustizia i preti potenzialmente colpevoli, nello stabilire la loro esclusione da ogni attività con i giovani e l’eventuale sospensione dallo stato clericale. Ma resta una distorsione fra i principi e la pratica». «Troppo spesso, ancora – si osserva – la volontà di proteggere la reputazione dell’istituzione ha la meglio sulla cura e l’ascolto effettivo delle vittime», al contrario la cultura del segreto impone il silenzio laddove la parola sarebbe liberatoria. Anche nelle società secolarizzate, si spiega, la Chiesa resta una istituzione educativa di riferimento, e non verrà perdonata a causa delle contraddizioni fra l’esigenza alta del suo messaggio, e i comportamenti di coloro che sono incaricati di diffonderlo. Si delinea poi il quadro psicologico dell’abuso sul minore; quest’ultimo per la vergogna e lo choc tende a non raccontare quanto gli è accaduto, anche per molto tempo. Tanto più è necessario allora, è la valutazione, ascoltare le vittime. Al contrario «imporre il silenzio alla vittima, o anche dargli la sensazione che le sue parole ’disturbano’, equivale ad abusarla una seconda volta».

«Lo scandalo della pedofilia clericale» ci mostra il prete inteso come ’uomo di Dio’, che vive separatamente, in modo differente dagli altri uomini. «Il ragazzo che lo vede come tale – prosegue l’editoriale – perché gli viene presentato così, è portato a donargli tutta la sua fiducia. Abusare di questa fiducia e imporgli una relazione di dominio che vìola la sua intimità, significa distruggere nel ragazzo ogni capacità di stabilire con gli altri un’autentica relazione di fiducia. Colui che si credeva un amico ha invece le sembianze di un predatore».

Si fa quindi riferimento al Vangelo e al fatto che Gesù stesso si presenta come colui che accoglie i bambini, che li riconosce come persone e non come oggetto di cui disporre a proprio piacimento. «Quando le vittime sono invitate ad esprimersi in piena libertà se ne vedono i frutti positivi E’ il caso della Germania dove, nel 2009, l’episcopato ha attivato un numero di telefono per raccogliere le loro testimonianze». In molti Paesi sono poi state istituite commissioni indipendenti grazie al lavoro delle quali sono venuti alla luce fatti che gravavano sulla memoria delle vittime. L’editoriale ricorda inoltre come presso l’Università Gregoriana di Roma sia stato creato un Centro di protezione per l’infanzia, lanciato nel febbraio del 2015, il cui obiettivo è quello di formare dei responsabili della Chiesa per far fronte al problema e sviluppare dei programmi di prevenzione. In Francia, poi, il vescovo di Orleans, monsignor Jaques Blanquart, ha promosso una struttura d’accoglienza formata da volontari fra cui si trovano anche uno psicanalista, un terapeuta, e una persona che ha subito abusi in passato, c’è poi un numero verde per le vittime. «Nella tradizione cristiana – è la conclusione – il potere deve essere messo al servizio dei più deboli. Ne va della coerenza del messaggio».

http://www.lastampa.it/2016/05/07/vaticaninsider/ita/nel-mondo/francia-i-gesuiti-sulla-pedofilia-a-rischio-la-credibilit-della-chiesa-IZMKIRYLSiQxCGbzkWzngL/pagina.html

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