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Frank-Walter Steinmeier, “l'anti-Trump” presidente della Germania

L’ex ministro degli Esteri della Germania Frank-Walter Steinmeier è stato eletto capo dello Stato. I voti per lui sono stati 932. Bastavano 631 voti per conquistare, dunque Steinmeier ha ottenuto ben 300 schede in più rispetto al necessario: a suo favore si è espresso il 75% dei grandi elettori in plenaria al Reichstag (deputati più rappresentanti dei Laender, nonché alcuni personaggi eccellenti della cultura e del paese nominati dai partiti). I voti validi sono stati 1239. Candidato unitario della Grosse Koalition (Cdu/Csu e Spd), il consenso sull’esponente socialdemocratico sia è allargato ai liberali dell’Fdp e a buona parte dei Verdi. Hanno votato i propri candidati i populisti dell’Afd, il partito della sinistra Die Linke, il partito dei Pirati e i “Liberi elettori”. Steinmeier succede a Joachim Gauck.

Tutto il contrario di Trump

A prima vista, Frank-Walter Steinmeier è tutto quello che non è Donald Trump. Quando gli hanno chiesto che tipo di presidente volesse essere, il nuovo capo dello Stato tedesco non ha esitato a rispondere: “Vorrei essere un contrappeso all’infinita semplificazione che vedo oggi”. Sessantuno anni, due volte ministro degli Esteri, una volta candidato cancelliere, capogruppo della Spd al Bundestag, Steinmeier è uno degli uomini politici più popolari della Germania, nonostante rappresenti – in un certo senso – la quintessenza dell’establishment. Grande mediatore, grande “meccanico delle dinamiche del potere”, come lo descrive il domenicale della Frankfurter Allgemeine, è improbabile che Steinmeier ricorra a Twitter per gettare in pasto al mondo le sue idee in 140 battute, come quotidianamente fa l’ex tycoon assurto alla Casa Bianca. A proposito dell’onda populista che s’infrange sull’Europa e sul mondo, lui dice, con semplicità: “Le loro urla non hanno niente a che vedere con la forza che cercano d’avere”.

L’uomo dell’unità, non della divisione

Frank-Walter Steinmeier è l’uomo dell’unità, non della divisione: tutto sommato, alla fine non è stata una sorpresa quando sul suo nome avevano trovato una convergenza i partiti della Grosse Koalition Spd e Cdu/Csu, ma anche buona parte della Fdp, insieme alla non-belligeranza dei Verdi e nonostante l’iniziale freddezza di Angela Merkel. Molto amato in patria – ogni tanto la sua popolarità ha superato anche quella della cancelliera – estremamente rispettato sul proscenio internazionale, è uno “capace di portare ad un compromesso dieci persone con dodici opinioni diverse”, come scrive ancora la Frankfurter Allgemeine. Che si tratti di crisi ucraina o dell’intesa nucleare con l’Iran, che cerchi il dialogo con Putin o che attacchi con forza le “aperture” di Trump alle pratiche di tortura (che già in campagna elettorale, non esitò a definire “predicatore d’odio”), colui che da oggi si stabilisce al Castello Bellevue, sede del presidente federale, ha sempre ribadito di essere un uomo del rispetto dei valori democratici dell’Occidente. Da presidente vuole essere “uno che infonde coraggio, perché la democrazia non sopporta la rassegnazione”. E per quanto sia un realista ed un pragmatico, un erede della tradizione socialdemocratica di Willy Brandt e della sua Ostpolitik ma non del tutto insensibile ai talenti diplomatici di un Kissinger, Steinmeier ha avuto modo di definire se stesso come “lo spostatore di nuvole della Westfalia”: vale a dire che non può esistere una politica concreta che non sia fatta anche di utopie e aspirazioni.

Donò un rene alla moglie malata

Stranamente, il nuovo presidente tedesco è al tempo stesso un tipico prodotto della profonda provincia ma anche un assoluto outsider. Figlio di un falegname a Lippe, c’è una nota di atipicità in tutta la sua biografia: bianchissimo di capelli sin da giovane a causa di un’operazione agli occhi per lui traumatica, non esitò, sei anni fa, a sospendere ogni attività politica per donare un rene alla moglie ammalata, scelta che d’improvviso ne fece un eroe dei rotocalchi popolari. D’altronde Steinmeier è considerato anche un po’ “noioso, soprattutto nei suoi discorsi – come nota con un po’ di malizia lo Spiegel – ma è proprio questo suo stile misurato potrebbe rappresentare un’opportunità”. Quella rappresentata da un uomo che non rinuncia a posizioni chiare, anche taglienti, ma sempre alla ricerca del dialogo. Amante del buon vino e del buon jazz (“Birth of Cool” di Miles Davis è uno dei suoi dischi preferiti), il nuovo presidente è convinto che la Germania debba essere capace di esprimere una “visione globale” che invece, secondo molti, la cancelliera Merkel tutto sommato non sarebbe in grado di incarnare. Nondimeno, i giornali scommettono che i primi cento giorni da presidente Steinmeier li passerà correndo da una parte all’altra della Germania: lui crede che nel suo paese non debbano fermarsi le riforme (è uno dei responsabili del programma “Agenda 2010” che caratterizzò il cancellierato di Gerhard Schroeder), se non altro per non dare la sensazione di essere un capo dello Stato lontano dagli interessi dei tedeschi e troppo interessato al proscenio mondiale. D’altronde Steinmeier è assolutamente convinto che gli interessi della Germania e quelli dell’Ue siano una cosa sola. Lo sguardo va anche alle elezioni federali del prossimo 24 settembre: non sono pochi quelli che in queste ore notano che, comunque vada – sia che vinca Angela Merkel, sia che vinca il suo antagonista Martin Schulz, attualmente favorito dai sondaggi – la Germania che uscirà da quest’intensa annata elettorale potrebbe ritagliarsi il ruolo di ultimo antidoto al populismo e di primo bastione anti-Trump.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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