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"Fu bomba feddayin ma bersaglio era altro", libro Priore su strage Bologna

Roma – La strage di Bologna forse avvenne per errore: non era la stazione del capoluogo emiliano l’obiettivo scelto da chi trasportava quell’ordigno, detonato prima del dovuto. Ma in quell’estate di 36 anni fa, i fedayyin del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina volevano punire l’Italia. E i nostri 007 ritenevano un loro attacco ormai imminente. Bologna fu cosi’ il tragico esito di una ‘partita a scacchi’ giocata e persa dal nostro Paese contro il terrorismo.

E’ questa l’ipotesi formulata dal giudice Rosario Priore e dall’avvocato Valerio Cutonilli nel libro “I segreti di Bologna” (Chiarelettere, 274 pagg.) in uscita venerdi’ 8. Il volume ricostruisce – attraverso l’esame di materiali delle commissioni Moro, P2, Stragi e Mitrokhin, gli atti dei processi e degli archivi dell’est e documenti “riservatissimi” – la dinamica dell’attentato del 2 agosto ’80 nell’ambito di una piu’ ampia cornice storiografica e geopolitica. Contestando su tutta la linea la verita’ giudiziaria che ha indicato nei tre terroristi dei Nar, Fioravanti, Mambro e Ciavardini, i responsabili dell’eccidio.

Secondo gli autori la chiave del mistero e’ il cosiddetto lodo Moro, l’accordo segreto stipulato a inizio degli anni ’70 tra le autorita’ italiane e le formazioni terroristiche palestinesi per stornare il rischio di attentati nel nostro territorio. Nel 1968, infatti, l’Fplp, frangia estrema dell’Olp sostenuta dall’Urss, decise di compiere azioni anche in Europa, con lo scopo di destabilizzare il blocco occidentale e attirare l’attenzione dei governi. Per diversi anni la strategia dell’Fplp funziono’ e da Londra a Bonn tutti cedettero al ricatto terroristico, scarcerando i miliziani palestinesi detenuti in cambio della liberazione degli ostaggi dei dirottamenti aerei. Secondo Priore e Cutonilli, l’Italia – spinta anche dalla necessita’ di garantirsi buone relazioni con i Paesi arabi dopo la crisi petrolifera del 1973 – ando’ oltre, ottenendo dai fedayyin un cessate il fuoco definitivo in cambio della facolta’ di custodire e trasportare armi nel nostro territorio. Di piu’: secondo gli autori, il nostro Paese avrebbe addirittura rifornito di armi i gruppi palestinesi attraverso il meccanismo della triangolazione.

Il lodo Moro entra in crisi dopo l’omicidio del suo principale artefice. Nel 1979 il governo presieduto da Francesco Cossiga, che segna la fine del periodo della solidarieta’ nazionale, mantiene le relazioni con le componenti “moderate” dell’Olp ma interrompe quelle con l’Fplp in quanto formazione vicina al nemico sovietico. A novembre 1979 gli eventi precipitano: tre autonomi sono fermati a Ortona con un carico di missili Strela. L’indagine conduce dritta a Bologna, dove finisce in manette Abu Anzeh Saleh, rappresentante in Italia dell’Fplp. I fedayyin protestano (lo faranno addirittura con una lettera letta nel corso del processo) per la violazione del lodo Moro ma l’esecutivo di Cossiga rimane fermo, malgrado le minacce di una ritorsione. Dopo la condanna di Saleh ad opera del Tribunale di Chieti, Carlos lo Sciacallo e’ incaricato di dare esecuzione alla rappresaglia. Cutonilli e Priore avanzano il sospetto, tuttavia, che Bologna fosse il punto di partenza e non l’obiettivo scelto da quanti trasportavano la valigia con detonatore ed esplosivo. Proprio le reali dinamiche della strage (un errore, un sabotaggio o la decisione in extremis di ‘sacrificare’ ignoti trasportatori),occultate attraverso un precoce inquinamento della scena del crimine, rappresentano i clamorosi “segreti di Bologna”.

Tra questi, anche il mistero di un cadavere mancante: il corpo di Maria Fresu, una delle 85 vittime della strage, mai ritrovato dai soccorritori, fatta eccezione per un lembo facciale che pero’ risulta di gruppo sanguigno A mentre quello della donna era zero. Il perito spieghera’ l’incongruenza ricorrendo alla tesi della ‘secrezione paradossa’, la produzione nei liquidi di un individuo di sostanze “gruppo-specifiche diverse da quelle che ha nel sangue”. Ma il ‘giallo’ dei resti della Fresu – secondo i due autori – permane: la vittima, in base alla testimonianza di un’amica sopravvissuta, sostava infatti a piu’ di 5 metri dalla valigia esplosiva. Dunque, per Priore e Cutonilli non puo’ essersi disintegrata. Accantonando l’ipotesi che i soccorritori abbiano perso un cadavere, visto lo spirito civico e la generosita’ con cui si prodigarono scavando per giorni fra le macerie, i due autori nel formulano un’altra. “La restante spiegazione – si legge nel volume – e’ che il 2 agosto 1980 qualcuno si sia precipitato a Bologna per inquinare la scena del crimine”. (AGI) 

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