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Fukushima 5 anni dopo "contamina" il mito del Giappone

Tokyo – Un sisma di magnitudo 9, un’onda anomala di oltre 30 metri di altezza, la distruzione di due reattori termonucleari della centrale Fukushima Daiichi: sono trascorsi cinque anni da quell’11 marzo del 2011, quando tre catastrofi, di cui due naturali, cancellarono 400 chilometri di coste giapponesi. Il bilancio fu di quasi 16.000 morti, 2.572 dispersi e 160mila evacuati, con oltre 127mila edifici distrutti. Si è trattato del secondo piu’ grave disastro nucleare dopo Cernobyl, anche in questo caso al livello 7 della scala Ines. Con una differenza sostanziale: se l’impatto del disastro in Ucraina fu quanto meno circoscritto dopo l’esplosione a cielo aperto, l’emergenza a Fukushima non si puo’ ancora definire conclusa. Tra reticenze e ritardi nelle bonifiche, il caso sta scalfendo il mito della trasparenza ed efficienza di un Paese, il Giappone, che dell’atomo sicuro aveva fatto un credo anche per via delle tragedie della Seconda guerra mondiale.

Un muro di ghiaccio – Oggi l’acqua che viene utilizzata per raffreddare i reattori 1, 2 e 3 della centrale, che subirono il melt down a causa dello tsunami, continua in parte a fuoriuscire contaminando i mari. E non poca: si stimano circa 400 tonnellate di acqua contaminata fuoriescono dalla centrale. Per impedirlo lo scorso mese è partita la costruzione di una immensa opera di ingegneria, nota come “muro di ghiaccio”: 1.500 tubi posti a 30 metri nel sottosuolo circonderanno i reattori danneggiati. All’interno dei tubi scorrerà un liquido che congelerà il terreno circostante impedendo la contaminazione. Gli stessi dirigenti della Tepco, la società che gestisce l’impianto e accusata di minimizzare e nascondere la gravità della situazione, hanno stimato che per dismettere la centrale ci vorranno dai 30 ai 40 anni.

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