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Gaetano Salvemini (1873-1957). Scuola laica, cioè libera

Articolo di Giuseppe Bedeschi (Sole 13.9.15) sul libro di Gaetano Pecora “La scuola laica. Gaetano Salvemini contro i clericali” Donzelli, pagg. 210, euro 18,00.

“”La neutralità necessaria per sviluppare lo spirito critico negli scolari, evitando che vengano indottrinati dalle fedi religiose, deve alimentarsi della passione per le idee. Per scuola laica si deve intendere una scuola che non sia sottoposta alla sorveglianza di nessuna gerarchia ecclesiastica: e, poiché siamo in Italia, della gerarchia ecclesiastica cattolica. Ma non dalla sola Chiesa cattolica si deve affermare l’indipendenza dell’insegnamento nella scuola pubblica, bensì da tutte le chiese e da tutti i partiti politici. Indipendenza degli insegnanti delle scuole pubbliche non significa però loro neutralità di fronte ai problemi fondamentali della vita (economica, sociale, spirituale, politica).
Il professore serio tratterà sempre tali problemi, e li tratterà dall’angolo visuale delle proprie convinzioni e del proprio metodo. Se ciò non facesse, il professore si limiterebbe a comunicare date, nomi, genealogie e via enumerando, cioè la parte muta e stupida della storia. Il professore che si limitasse a ciò, sarebbe sì “neutrale”, ma nel senso di non avere idee, di non avere personalità, di non avere odi né amori, di essere uno scettico o un cinico indifferente ad ogni male e ad ogni bene: a patto, insomma, di non essere altro che un miserabile specialista, rimasticatore di aoristi e pescatore di varianti. Ma è una neutralità, questa, che non si può augurare a nessuno. Ciò significa forse che il professore, nel trattare i problemi fondamentali della vita, alla luce delle proprie convinzioni e del proprio metodo, deve procedere dogmaticamente, dando per sicuri e definitivi i propri convincimenti, e dunque inculcando “la verità”? Assolutamente no. Un insegnante laico deve illustrare le varie interpretazioni dei fatti storici, i dati sui quali quelle interpretazioni si basano, le loro ragioni di forza (se ci sono) e di debolezza (se ci sono). E quando propone una propria interpretazione (o segue una certa interpretazione), deve sempre farlo confrontandosi con le altre interpretazioni, e spiegando perché le proprie idee danno un quadro più soddisfacente dei dati storici di cui si dispone.
Dunque, la scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione, ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da sé le proprie convinzioni. È laica insomma la scuola in cui nulla si insegna che non sia frutto di ricerca critica e razionale. Queste le tesi che Gaetano Salvemini espose nel 1907 in un discorso pronunciato al Congresso degli insegnanti delle scuole medie, discorso che ebbe larga eco. A tali tesi, e agli sviluppi che Salvemini diede ad esse successivamente, dedica un ricco e acuto saggio Gaetano Pecora (La scuola laica. Gaetano Salvemini contro i clericali), pubblicato da Donzelli.
Pecora ricostruisce come meglio non si potrebbe i molti fili della riflessione etico- politica salveminiana; e assai giustamente, a mio avviso, egli evidenzia l’ispirazione democratico-liberale, già presente nel Salvemini socialista. Per il grande pugliese, infatti, la scuola laica è quella in cui devono confrontarsi ideologie, concezioni del mondo, metodologie diverse, nella convinzione che solo attraverso la libera gara possono emergere le tesi più valide («La scuola laica – diceva Salvemini già nel 1907 – è la scuola della libera concorrenza e del libero scambio: vincano in essa i migliori»). Allo stesso modo, Salvemini ammetteva le scuole private (purché i loro alunni fossero sottoposti alla prova-controllo dell’esame di Stato), sia in nome del pluralismo culturale (che ha come alternativa solo lo statalismo autoritario), sia perché la scuola privata (sono di nuovo parole del grande storico) «rappresenta un pungiglione ai fianchi della scuola pubblica, e la obbliga a perfezionarsi senza tregua, se non vuole essere vinta e sopraffatta».
Ma Pecora non esprime solo consensi verso Salvemini. In particolare, non lo convince la posizione salveminiana circa l’ammissibilità dei sacerdoti quali professori nella scuola pubblica. «Ognuno di noi – affermava Salvemini – ha avuto occasione di conoscere sacerdoti, che per larghezza di idee, profondità di cultura, spirito di tolleranza, avevano molto da insegnare a moltissimi sedicenti seguaci del libero pensiero. L’abito non fa il prete, come non fa il monaco». A ciò Pecora obietta che il sacerdote non può non “inculcare” nei discepoli alcune “verità” da lui considerate indiscutibili perché “sacre”: ma “inculcare” è l’opposto di quel metodo critico che deve caratterizzare la scuola laica. A ciò Salvemini avrebbe forse risposto che ci sono anche dei laici che credono nelle loro ideologie come fossero verità assolute, ma che, per la loro onestà intellettuale, danno conto agli allievi anche delle altre ideologie, anche delle altre posizioni ideali. Perché questo non lo potrebbero fare anche i sacerdoti di alto intelletto e di profonda cultura?””

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