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Gay e stampa in Cecenia: quando una religione vuole vendetta

Ramzan Kadyrov takes an oath during the ceremony of his inauguration as the head of Russia's Caucasus region of Chechnya for a third term, in Grozny on October 5, 2016. / AFP / ELENA FITKULINA (Photo credit should read ELENA FITKULINA/AFP/Getty Images)Il dramma che si è abbattuto sugli omosessuali ceceni dal febbraio scorso sembra senza fine. A nulla sono servite le petizioni al Presidente russo Vladimir Putin o gli appelli all’Alto rappresentante PESC Federica Mogherini affinché intervenissero decisi per far luce sul caso e per far cessare l’escalation di detenzioni di massa, violenze, omicidi e torture, denunciate sin dal 1 aprile attraverso un’inchiesta del periodico indipendente russo Novaja Gazeta.

Chi pensa che a monte di questa atroce vicenda ci sia solo il solito ostracismo omofobico o l’ormai tipica discriminazione nei confronti dei gay da parte di certi paesi della Federazione Russa si sbaglia. C’è di peggio e c’è di più. In Cecenia, oltre a quelli paramilitari che governano il paese, ci sono ben altri leader con cui fare i conti. C’è la religione islamica, nel paese maggioritaria e influente, con la quale doversi misurare. Stando a quanto emerge col passare dei giorni infatti, sullo sfondo di questo dramma fatto di odiose persecuzioni ci sarebbe una scenografia allestita e curata di tutto punto dai leader musulmani di spicco nel paese.

Evidentemente non compiaciuti dalle brutalità e dalle violazioni dei diritti umani a danno degli omosessuali ceceni da parte del governo che sostengono, questi leader religiosi hanno pensato bene di ospitare nella più grande moschea di Grozny un’assemblea partecipata da oltre 15.000 individui. Un’adunata generale trasmessa in diretta da tutti i media del paese, durante la quale sono stati pronunciati discorsi incitanti alla vendetta e alla violenza nei confronti degli stessi giornalisti “nemici dalla fede e della Cecenia” di Novaja Gazeta che si sono occupati dell’inchiesta e “dovunque essi si trovino”. Sostanzialmente una vera e propria fatwa che, alla luce delle precedenti e amaramente famose uccisioni di giornaliste collaboratrici della stessa testata, fornisce la misura del rischio che corrono i giornalisti e gli attivisti del Russian LGBT Network e il livello di urgenza con cui sarebbe necessario intervenire e fare qualcosa di concreto.

In Cecenia gli omosessuali vengono perseguitati fino alla tortura e a nessuno sembra importare poi molto. In Cecenia nella migliore delle ipotesi i gay vengono riconsegnati morenti alle loro famiglie affinchè si occupino del delitto d’onore, ancora in gran voga come pratica crudele a riparazione della vergogna arrecata. Ovviamente nel menefreghismo generale. Vengono detenuti in massa in prigioni governative segrete non molto diverse da campi di concentramento, con plateale e dunque complice disinteresse internazionale. In Cecenia oggi, come altrove o in altri tempi, non potevamo che trovare una religione a spalleggiare regimi spietati e ad alimentare violenze. A causare pretestuose offese alla fede ovviamente ci sono sempre coloro che con coraggio divulgano notizie imbarazzanti e denunciano crudeltà. Mai chi si macchia di azioni disumane.

 

Paul Manoni

 

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