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Già dal primo giorno di trattative si capisce che la Brexit sarà una lotta

Quasi esattamente un anno dopo il referendum shock che ha cambiato il corso della storia europea, e in un periodo particolarmente sfortunato per il Regno Unito, è partito a Bruxelles il negoziato politico sulla Brexit. Un governo britannico indebolito dalle elezioni politiche di inizio mese, che hanno segnato la sconfitta dei Tories della premier, Theresa May, ha accettato le priorità definite dalle istituzioni comunitarie (la protezione dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna e di quelli britannici residenti in Ue, gli aspetti finanziari dell’uscita, il confine in Irlanda), ma anche la tempistica (prima i colloqui sul divorzio, e in un secondo momento quelli sulla nuova relazione bilaterale).

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Ottimismo di facciata

Il segretario di Stato per la Brexit, David Davis, ha ribadito a fine giornata l’intenzione del Regno Unito di uscire dal mercato unico e dall’Unione doganale: “Solo così”, ha spiegato nella conferenza stampa congiunta con il capo negoziatore Ue, Michel Barnier, “potremo negoziare trattati di libero scambio con il resto del mondo”. Partendo dalle priorità, da parte britannica, c’è ottimismo sulla soluzione per garantire ai rispettivi cittadini gli stessi diritti di cui godono ora. Si tratta di oltre tre milioni di europei nel Regno Unito e di circa un milione e mezzo di britannici nell’Unione europea.

“Si dovrebbe trovare una soluzione in tempi ragionevoli”, ha detto Davis, che ha aggiunto di voler presentare una proposta di soluzione su questo aspetto già lunedì prossimo. Più difficile la soluzione del problema sul confine irlandese: “L’obiettivo è mantenere una frontiera flessibile fra nord e sud ma ci vorrà tempo”, ha osservato.

Il primo giorno non si parla di soldi

Durante la conferenza stampa non si è invece parlato della questione finanziaria, su cui le posizioni sono lontanissime. Secondo l’Unione europea, Londra dovrà rispettare tutti i suoi impegni economici nel restante ciclo finanziario (che si concluderà nel 2020) oltre a dover sostenere i costi del negoziato e dell’uscita stessa: anche se non sono mai state fatte cifre precise, si tratta di decine di milioni. Il Regno Unito dovrà poi uscire da 11 istituzioni e una quarantina di agenzie comunitarie. 

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“Non sono nello spirito di chiedere o fare concessioni – ha sottolineato Barnier – è il Regno Unito che ha chiesto di uscire, una decisione grave. In ogni caso, cercherò di lasciare l’emozione da parte per trovare soluzioni e lavorare con il Regno Unito, certamente non contro. Un accordo equo è possibile – ha aggiunto – ed è meglio di nessun accordo”.

Davis ha posto l’accento sulla necessità di “togliere l’incertezza sulle priorità e i tempi” e sulla volontà di trovare un accordo “rapidamente”, per poter ripartire da una nuova relazione bilaterale. Intanto domani, a Lussemburgo, i rappresentanti dei 28 affronteranno la questione del trasferimento da Londra delle due agenzie europee Eba ed Ema, su cui i 27 sono divisi. E’ possibile che la questione arrivi sul tavolo del Consiglio europeo di giovedì e venerdì. 

Tra Barnier e Davis sfida sulle citazioni

Per sintetizzare lo spirito con cui affronteranno il prossimo difficile negoziato, i due interlocutori sono ricorsi a citazioni illustri. “Qualcuno ha chiesto a Jean Monnet se era ottimista o pessimista”, ha cominciato Michel Barnier riferendosi al politico francese che fu tra i padri dell’integrazione europea. “La sua risposta, che sottoscrivo con l’umiltà del caso, è stata ‘non sono ottimista né pessimista, sono determinato'”. Il segretario di Stato del Regno Unito, David Davis, gli ha risposto citando Winston Churchill: “L’ottimista vede un’opportunità in ogni pericolo, il pessimista un pericolo in ogni opportunità”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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