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Giovani e famiglie, chi sono gli ebrei che lasciano l'Italia

Vanno via i liceali che decidono di frequentare il quarto anno di scuola in Israele e poi si fermano per concludere gli studi. Partono i diplomati, attratti dall’eccellenza delle università israeliane e le famiglie giovani, spesso con bambini piccoli, che fanno una scelta non solo religiosa e decidono di costruire la loro vita in quel Paese. Lasciano l’Italia le persone che hanno perduto il lavoro e cercano una seconda chance. E gli uomini e le donne che non considerano più l’Europa e l’Italia un luogo sicuro. Le storie della della ‘alyah’ italiana, l”ascesa’ a Israele, ha tanti volti. Un fenomeno non enorme in termini assoluti, l’anno scorso sono partite dall’Italia 289 persone, ma in costante aumento da anni.

L’alyah non è un viaggio della speranza

Claudia De Benedetti, presidentessa dell’Agenzia ebraica per l’Italia, l’ente che si occupa di favorire l’imigrazione degli ebrei, spiega all’Agi numeri, caratteristiche e ragioni di un fenomeno, quello della migrazione dall’Italia verso Israele, che continua a crescere. “Le motivazioni sono diverse, così come diversi sono i profili delle persone che decidono di farlo. L’unica cosa certa è che la ‘alyah’, non è un viaggio della speranza, si tratta sempre di una scelta determinata e ponderata. Chi lo fa è perfettamente consapevole e convinto di quello che sta facendo”.

Licei e università israeliani fanno gola ai giovani ebrei italiani

La categoria in “costante aumento”, spiega de Benedetti, è quella dei giovani, 18-19enni, liceali o studenti appena diplomati che scelgono di partire per Israele. “E’ una tendenza recente, che sta crescendo anche grazie ad una serie di facilitazioni”, spiega De Benedetti. Gli studenti liceali hanno la possibilità di frequentare il quarto anno in una scuola all’estero e molti studenti ebrei scelgono di andare in Israele, dove spesso si fermano. Gli studenti universitari, aggiunge la presidente dell’Agenzia ebraica, sono sempre stati attratti dalla qualità degli atenei israeliani e da tre anni a questa parte i test di ammissione possono essere fatti anche in italiano, mentre prima si privilegiavano altre lingue come il francese e l’inglese, il che ha spinto i giovani italiani a spostarsi. Inoltre i 18 enni che arrivano da fuori non hanno l’obbligo di fare il servizio militare come i loro coetanei israeliani.

Partono anche le giovani famiglie e i ‘cervelli in fuga’

In aumento anche le partenze delle giovani famiglie che non hanno ancora iniziato una vita lavorativa in Italia e che partono con i figli ancora piccoli. “la loro scelta non è necessariamente ideologica o religiosa – aggiunge De Benedetti – si tratta di famiglie appena formatesi che desiderano far crescere i loo figli in Isralele per ragioni pratiche, di lavoro, di opportunità”. Altra categoria è quella dei giovani laureati, circa il 15% delle partenze, che parte perchè dopo una laurea in Italia non riesce a trovare lavoro o prospettive di occupazione da noi. La maggior parte delle partenze dei giovani avviene da Roma.

Poi ci sono i 35-40 enni colpiti dalla crisi economica, persone che hanno perso il lavoro e che cercano riscatto in Israele. Il Pil del paese continua a marciare attorno al 3% malgrado il rallentamento globale, e ha un tasso di disoccupazione che anche nel 2016 si è attestato attorno al 5%, a livelli record dalla metà degli anni Ottanta. Chi lascia il nostro Paese va alla ricerca del lavoro che faceva in Italia, trova qualche ostacolo per via della lingua e si stabilisce di solito non nella più cara Tel Aviv ma in città vicine. La gran parte delle partenze, anche in questo caso, si registra dalla principale comunità italiana, quella di Roma. “Una percentuale molto più piccola, non piu’ del 5% – continua de Benedetti – è costituita invece da over 50 che hanno concluso la vita professionale in Italia, che magari ha parenti in Israele e che decide di partire per passare lì il resto della sua vita”.

Infine, fenomeno anche questo in crescita, ci sono le partenze di chi non si sente più sicuro in Europa, anche tra i giovani. “L’antisemitismo, ma anche l’anti-israelianismo sono fenomeni in aumento. E’ una crescita leggera ma preoccupante anche in Italia – aggiunge De Benedetti – il dato è molto meno allarmante rispetto alla Francia, ma dei segnali ci sono”. Raffaele Besso, presidente della Comunità ebraica di Milano, con i suoi seimila iscritti la seconda d’Italia dopo quella di Roma, secondo cui la crescita esponenziale della migrazione dall’Italia in Israele “Non e’ solo una questione economica”.

Via da Francia e Belgio, ma l’esodo è da Russia e Ucraina

Besso cita dati dell’ufficio centrale di statistica israeliano, secondo cui nel 2015 oltre 27mila persone si sono trasferite in Israele nel 2015, il 16% in più rispetto al 2014. La maggior parte vengono da Russia e Ucraina, circa il 53%, anche se una percentuale molto alta è riferita alla Francia, da cui sono partiti il 24% degli ebrei che oggi vivono stabilmente in Israele, ben 6.628 persone. Le statistiche confermano che nel 2015 c’è stato un aumento dei govani, +19%, rispetto agli anziani, le cui partenze invece sono calate del 18%. “Certo la ricerca di un lavoro o una prospettiva di istruzione e di vita migliori sono i motivi per cui i giovani italiani si spostano di più, ma questo non solo verso Israele. Da noi accade più che in altri paesi, in Francia ad esempio molti membri della comunita’ ebraica sono professionisti che hanno lavori ben retribuiti e non troverebbero le stesse condizioni e gli stessi redditi in Israele, per cui la ragione della loro migrazione è più legata a ragioni di sicurezza o di antisemitismo percepito”.

Besso conferma che la gran parte delle partenze si registra da Roma. Ma questa ‘piccola fuga’ quanto incide sulla comunità ebraica italiana? E quanto pesa sul futuro del nostro Paese la partenza di giovani talenti? “Certo, pesa”, risponde Besso. “E’ naturale che ci sia un impoverimento quando gli studenti se ne vanno. Ma del resto è la situazione italiana spesso a non concedere alternative, chi vuole costruirsi un futuro a volte è costretto ad andarsene”. “Non credo che si possa parlare di un impoverimento della comunità italiana né dell’Italia tout court”, dice invece De Benedetti. “Al contrario, l’arricchimento è reciproco e questo scambio così serrato è positivo per entrambi i Paesi, sia sul piano commerciale ed economico sia sul piano culturale. E poi Israele è vicino, viviamo in un mondo sempre più connesso, le distanze sono sempre più ridotte”. La Terra Promessa, in fondo, è solo a due ore di volo. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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