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Giro di tangenti a Roma,  24 arresti per corruzione e riciclaggio

Roma – Ventiquattro ordinanze di custodia cautelare (12 in carcere e 12 ai domiciliari),5 misure interdittive, sequestro di più di 1,2 milioni di euro tra immobili, conti correnti e quote societarie. E’ il bilancio dell’operazione “Labirinto”, che ha permesso al Nucleo speciale polizia valutaria della Guardia di finanza della capitale di scoprire un vorticoso giro di tangenti e di mettere sotto inchiesta oltre 50 persone accusate a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, corruzione e riciclaggio, truffa ai danni dello Stato e appropriazione indebita. Tra gli indagati figurano anche un parlamentare di Ap (Ncd-Udc),Antonio Marotta, e l’ex sottosegretario all’Istruzione nel governo Berlusconi, Giuseppe Pizza.

Nei confronti di Marotta la Procura di Roma aveva chiesto una misura cautelare, negata dal gip Maria Giuseppina Guglielmi: secondo gli investigatori avrebbe svolto funzioni di raccordo tra l’attività di Raffaele Pizza – fratello di Giuseppe e uomo d’affari – e alcuni soggetti pubblici. Giuseppe Pizza, segretario della Democrazia Cristiana e proprietario dello storico simbolo dello scudo crociato, è accusato invece di riciclaggio: tra gli appalti oggetto di accertamento quello per il call center Inps-Inail, appalto regolare secondo gli investigatori che invece hanno ravvisato condotte illecite, nella gestione dello stesso, dell’appaltatore e del subappaltatore. 

Antonio Marotta puntava a rientrare al Consiglio superiore della magistratura di cui era stato dal 2002 al 2006 componente laico in quota Udc. In una conversazione intercettata con un interlocutore il 3 marzo del 2015 nell’ufficio di Raffaele Pizza in via in Lucina e riportata nell’ordinanza del gip Giuseppina Guglielmi, il parlamentare diceva di essere scontento di fare il deputato e di voler tornare a Palazzo dei Marescialli, trattandosi, a suo dire, di un luogo in cui si esercita il vero potere. Marotta: “No, loro la fanno pero’ devono passare i quattro anni, perche’ senno’ non ci posso tornare, no? io se potevo rimanere li’ me ne fottevo di venire a fare il deputato a perdere tempo qua, che cazzo me ne sfottevo… stavo tanto bene la’, il potere la’ e’ immenso, la’ e’ potere pieno, non so se rendo l’idea… ci sono interessi… sono legati grossi interessi, grossi interessi non avete proprio idea”. Un episodio di corruzione, a parere di chi indaga, sarebbe avvenuto il 3 marzo del 2015 quando i due, e l’imprenditore Luigi Esposito, referente del Consorzio Servizi Integrati, avrebbero consegnato del denaro a un pubblico ufficiale non ancora identificato per “agevolare l’acquisizione da parte dello stesso Consorzio riconducibile a Esposito di un appalto bandito da Consip per pubbliche forniture di servizi di pulizia e mantenimento del decoro e della funzionalita’ degli immobili per gli edifici scolastici e per i centri di formazione della pubblica amministrazione e la stipula del relativo contratto”. Esposito in quella occasione avrebbe consegnato una somma di denaro – quantificabile in circa 50mila euro – nelle mani di Marotta e Pizza, che agivano quali intermediari, trattenendo parte di questa somma quale ‘compenso’ per la mediazione e consegnando la rimanente a un pubblico ufficiale non individuato. Per questa dazione, la Procura ha contestato a Marotta ed Esposito il reato di finanziamento illecito, accusa contestata sempre al parlamentare anche in relazione ad altre due dazioni (datate 21 maggio 2015 e 29 luglio 2015) di 50mila euro erogati dal tributarista Alberto Orsini. 

Giuseppe Pizza detto Lino, “per esercitare e perpetuare il potere di influenza che gli e’ notoriamente riconosciuto nell’ambiente degli imprenditori gravitanti nel settore degli appalti pubblici, sfruttava i legami stabili con influenti uomini politici, spesso titolari di altissime cariche istituzionali”. Lo afferma il gip Giuseppina Guglielmi nelle oltre 500 pagine di ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta su un giro di tangenti pagate per gestire una serie di appalti. A parere del giudice, Pizza “si adoperava costantemente per favorire la nomina, ai vertici degli enti e delle societa’ pubbliche, di persone a lui vicine, cosi’ acquisendo ragioni di credito nei confronti di queste che, dovendo successivamente essergli riconoscenti, risulteranno permeabili ai suoi metodi di illecita interferenza nelle decisioni concernenti il conferimento di appalti pubblici ed attivita’ connesse”. Per il gip, Pizza, inoltre, “politicamente gravitante nell’area della Nuova Democrazia Cristiana, grazie alle ‘entrature’ politiche e a forti e risalenti legami stabiliti con persone con ruoli di vertice nell’ambito di enti e societa’ pubbliche (Inps, Inail, Enel, Poste Italiane, Consip, Ministero della Giustizia, Ministero dell’Istruzione dell’Universita’ e della Ricerca),faceva da ponte tra il mondo imprenditoriale e quello politico-istituzionale nell’interesse di imprenditori interessati a partecipare a gare pubbliche o, comunque, in rapporti con le pubbliche amministrazioni”. “Lo studio in via Lucina, in uso a Raffaele Pizza costituiva un punto di incontro per imprenditori e politici con i quali lo stesso Pizza non perdeva occasione per rimarcare l’importanza dei suoi risalenti legami con il mondo politico-istituzionale, l’incisivita’ dei suoi interventi in quest’ambito per influire sulle nomine, la capacita’ di procurare consensi elettorali, di intervenire nell’assegnazione degli appalti, per proporre e suggerire strategie, anche al fine di evitare ‘antagonismi’ tra i imprenditori interessati a gare pubbliche”. Lo evidenzia il gip Giuseppina Guglielmi nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere. “Il movente – scrive il giudice – che determinava Pizza al grande attivismo descritto non era solo la gratificazione derivante dall’esercizio del potere, essendo di pari importanza la spinta economica, e cioe’ la consapevolezza che il suo interessamento sarebbe stato ripagato con laute ‘prebende’, tanto che i suoi stessi sodali, in piu’ di una occasione, lo descrivono, a ragione, come un uomo avido e con insaziabili appetiti economici”.

Tra gli arrestati anche due dipendenti infedeli dell’Agenzia delle Entrate di Roma, individuati in collaborazione con gli organi ispettivi interni della stessa Agenzia: avrebbero aiutato ad “ammorbidire” eventuali controlli fiscali e agevolare le pratiche di rimborso delle imposte. Le indagini valutarie prima e penali poi hanno permesso di ricostruire l’operatività di “una ramificata struttura imprenditoriale illecita che negli anni oggetto d’indagine ha movimentato oltre 10 milioni di euro giustificati da fatture false a scopo di evasione e per costituire riserve occulte da destinare a finalità illecite”. Ancora in corso le perquisizioni finalizzate all’acquisizione di ulteriori elementi utili al prosieguo delle indagini che stanno interessando oltre 100 obiettivi tra la capitale, il Lazio, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Toscana, le Marche, l’Umbria e la Campania. (AGI)

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