TwitterFacebookGoogle+

Giuseppe Verdi e il trucco del Nabucco

Critiche laiche

Il Nabucodonosor parla di fede ma non sono le questioni religiose al centro dell’opera risorgimentale per antonomasia. Il 21 gennaio inaugura il Maggio Fiorentino.

giovedì 9 gennaio 2014 11:47


Quando scrisse il Nabucco, l’opera risorgimentale per antonomasia, che il 21 gennaio inaugura la stagione invernale del Maggio Musicale Fiorentino, Giuseppe Verdi usciva da un periodo esistenziale drammatico. Nel 1840 aveva perso nel giro di pochi mesi i due figli e la giovane moglie e, insieme a loro, la voglia di rimettersi a comporre. Verdi era allora all’inizio della sua brillante carriera, che sembrò ad un tratto compromessa dalle tragedie personali.
Ma durante il non facile periodo, qualcosa fece ritrovare al grande operista la voglia di regalare al pubblico un capolavoro: il primo grande capolavoro, come è ricordato il Nabucco, che debuttò alla Scala di Milano il 9 marzo 1842. Cos’è questo qualcosa che fece riemergere Verdi da una fase tanto oscura?

Il Nabucco parla di religione e di fede: Nabucodonosor, re dei babilonesi, dapprima imprigiona gli ebrei e poi, dopo una serie di peripezie, li libera intonando anch’egli un canto al dio di Giuda. Eppure è difficile immaginare che l’ateo Verdi abbia trovato nella fede il senso della propria vita, neppure in un periodo difficile e luttuoso come quello che aveva appena vissuto. Forse perché, se è vero che il Nabucco parla di fede, in realtà non sono le questioni religiose al centro dell’opera.
Il famoso Va’ pensiero, il coro degli ebrei durante la cattività babilonese, suona più come un canto patriottico che come un inno religioso. Il contenuto rivoluzionario è evidente: all’epoca, infatti, negli ebrei oppressi potevano identificarsi facilmente gli italiani dominati dallo straniero, cioè dall’Austria, in un periodo in cui il desiderio di una patria comune non era mai stato così forte.
Come il popolo italiano chiede autonomia, così Verdi incarna nella sua opera un ideale più generale di unità, di solidarietà e di libertà dall’oppressione, un anelito per il futuro che aiuta a superare qualsiasi difficoltà esistenziale.

Verdi, fervente ammiratore di Cavour, ha fatto persino parte del primo parlamento italiano. Ma soprattutto ha infuso nella sua musica un sentimento di fratellanza universale molto sentito all’epoca e che è passato alla storia nelle sue opere, in particolare nel Va’ pensiero del Nabucco.
Un brano carico di significati e una serata speciale, quella della prima esecuzione milanese, di cui Massimo Mila un secolo dopo scrisse: «Quella sera del 9 marzo il pubblico capì al volo l’antifona: gli eleganti ufficialetti austriaci in divisa bianca che frequentavano le prime della Scala dovettero sentire, forse per la prima volta, l’odio del popolo oppresso come qualcosa di solido, spesso, concreto, da toccare con mano. Questi italiani così bravi, così simpatici, così imbelli, cosa gli prende?».

Paolo Valcepina

Home

Articolo originale

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.