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Gli arresti di Montespaccato fanno scoprire a Roma cosa sia il “metodo mafioso”

C’è un prima ed un dopo nella mafia romana con un unico comune denominatore: gli arresti delle forze dell’Ordine. Il nostro Paese si rende conto della violenza (e per qualcuno anche della presenza) della mafia romana solo lo scorso 7 novembre con la gravissima aggressione a Daniele Piervincenzi e ad Edoardo Anselmi (giornalista ed operatore di “Nemo”), per cui lunedì sono stati condannati Roberto Spada ed il suo guardaspalle, Rubèn Nelson Alvarez Del Puerto.

La forza delle immagini, trasmesse da tutti i tg nazionali ed internazionali, ha fatto svegliare la Capitale del nostro Paese con una nuova consapevolezza: la mafia c’è anche a Roma, nel suo litorale e nelle sue borgate. Eppure la mafia, anzi sarebbe meglio parlare delle mafie, a Roma c’è  – e ci sono – da tempo. Oggi l’ennesima conferma.

La borgata romana di Montespaccato​ è da anni caratterizzata da un altissimo tasso di criminalità, spesso organizzata. Era stata la Procura Distrettuale antimafia di Roma, infatti, ad aver portato l’anno scorso in cella 54 persone, accusate di traffico di droga e di legami con le cosche della ’ndrangheta calabrese, oltre che della camorra. 

Le ramificazioni arrivano in Spagna

Oggi a finire agli arresti, grazie a carabinieri e poliziotti, coadiuvati dalla Guardia Civil spagnola e coordinati dall’aggiunto capitolino Michele Prestipino, sono stati in 58. Le ramificazioni dell’associazione capeggiata dall’“uomo con la coppola”, Franco Gambacurta, finalizzata ad una serie infinita di reati aggravati dalle modalità mafiose, arrivavano fino alla Spagna, passando per Molise, Piemonte ed anche la Sardegna.

I reati contestati sono tutti considerati “spia” dell’operare di organizzazioni mafiose, e vanno dall’usura alle estorsioni, fino al sequestro di persona, porto illegale di armi da fuoco, riciclaggio, intestazione fittizia di beni immobili, rapporti creditizi, attività economiche ed imprenditoriali, e l’immancabile traffico di droga. Ed oltre agli arresti, i carabinieri del Comando provinciale di Roma hanno eseguito un decreto di sequestro di beni, per un valore stimato di circa 7 milioni di euro. 

Un metodo e un’organizzazione su base familistica

“Un gruppo su base familistica molto attiva sul terreno dello spaccio e dell’approvvigionamento delle sostanze stupefacenti: cocaina, hashish e marijuana. Che ha di volta in volta investito in altre attività, anche lecite, economiche ma anche nell’esercizio abusivo del credito e nell’usura. Per molte attività con il metodo mafioso”. È quanto ha spiegato l’aggiunto Michele Prestipino, segnando il salto di qualità nelle contestazioni alle associazioni che operano sul territorio romano: il metodo mafioso. 

D’altronde il controllo del territorio, secondo gli inquirenti, era assoluto e per garantirlo l’associazione ricorreva all’uso “sistematico della prevaricazione e della violenza”. Testimonianza dello “stretto controllo” – per la Dda capitolina – il pestaggio di un pugile portoricano e l’intimidazione di un pizzaiolo bengalese. Ma a Gambacurta, come accade nei paesi del sud, si rivolgevano in tanti anche solo per riavere una macchina rubata. E Gambacurta era arrivato al suo “consenso” sociale anche grazie ai rapporti con altri personaggi di grande caratura come Salvatore Nicitra o il gruppo di Massimo Carminati.

Non sono mai stati “fenomeni secondari”

Metodo mafioso, esattamente l’aggravante con cui sono stati condannati Roberto Spada ed il suo sodale. Un metodo mafioso che ha invaso una Capitale, da sempre territorio di mafie, spesso però considerate come “fenomeni accettabili”, quasi “secondari”. Ed è stato questo riduzionismo, in alcuni casi ancor peggio del negazionismo, a creare l’humus fertile per il radicamento.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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