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Gli Usa minacciano la guerra. La Cina vuole il dialogo. Cosa succede in Corea del Nord

Il mondo rischia di dividersi mentre Kim Jong-un fa tremare la terra lanciando l’ennesima, durissima, provocazione. La Corea del Nord ha rivendicato come un “completo successo” il suo sesto test nucleare, condotto questa mattina con una bomba all’idrogeno: si tratta di un ordigno in grado di essere montato su un missile balistico intercontinentale. L’esplosione avvenuta nei pressi del sito di Punggye-ri ha scatenato un sisma artificiale di 6,3 gradi sulla scala Richter.

Nel nord della Cina il terremoto si è percepito forte e chiaro

Nel nord della Cina è stato avvertito forte e chiaro. Secondo Seul avrebbe sprigionato una potenza dieci volte superiore al precedente test nucleare del 9 settembre 2016: 100 chilotoni rispetto ai 15 dell’atomica di Hiroshima. Sono passati soli pochi giorni dall’ultimo lancio il 29 agosto di un missile balistico nord-coreano che aveva sorvolato l’isola giapponese di Hokkaido, prima di precipitare in mare – probabilmente in risposta alle esercitazioni congiunte tra Washington e Seul.  

“Un’azione scriteriata senza precedenti” l’aveva definita il primo ministro giapponese. Non abbastanza per Kim che ha alzato il tiro. Nella notte, giusto qualche ore prima del test, i media di Pyongyang avevano diffuso le immagini del dittatore nordcoreano impegnato a ispezionare l’Istituto per lo sviluppo delle Armi Nucleari. Lo scopo? Confermare la possibilità di montare un ordigno termonucleare “con potere super-esplosivo” sui missili balistici intercontinentali (ICBM), testati per due volte a luglio scorso (il 4 e il 29). E in grado di raggiungere gli Stati Uniti, se spinti alla massima potenza. Eppure negli ultimi giorni Kim sembrava avere rimandato la decisione di bombardare Guam.

Una bomba termonucleare su missili balistici intercontinentali

Poche ore prima che l’ordigno esplodesse, in un colloquio telefonico, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro giapponese Shinzo Abe, si erano detti d’accordo nel riaffermare “l’importanza di una stretta cooperazione tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud di fronte alla crescente minaccia della Corea del Nord”.

 Lo stesso Trump aveva minacciato di rispondere con “fuoco e fiamme” contro la Corea del Nord il 9 agosto scorso dopo che l’intelligence USA aveva rivelato che Pyongyang era riuscita a miniaturizzare un ordigno atomico al punto da riuscire a inserirlo in un missile balistico intercontinentale (Icbm), con cui riuscire a colpire gli Usa e tutto il resto del mondo in un raggio di oltre 10.000 km. Una minaccia che oggi sembra essersi concretizzata.

“Inaccettabile. Un errore assurdo”. Le reazioni al test della Corea del Nord

Corea del Sud e Giappone – Prima ancora della conferma del test, Shinzo Abe aveva dichiarato che avrebbe fortemente protestato contro Pyongyang definendo l’azione “assolutamente inaccettabile”. La prima conferma dell’esperimento atomico è arrivata proprio dal Ministero degli Esteri di Tokyo. Dopo la diffusione della notizia del sisma artificiale, Tokyo e Seul hanno convocato i rispettivi Consigli di Sicurezza Nazionale. Il presidente sud-coreano Moon Jae-in ha definito “un errore assurdo” l’ultimo test nord-coreano; Seul è pronta a invocare nuove durissime sanzioni nei confronti di Pyongyang per “isolare ulteriormente” il regime nordcoreano. Moon sembra abbandonare le sue posizioni pacifiste e chiede  che la Corea del Nord subisca la “più forte punizione possibile”  e per questo Seul discuterà “lo schieramento dei più potenti asset strategici delle forze armate Usa”, riferimento al ritorno delle bombe atomiche tattiche che Washington ritirà dalla Corea del Sud nel 1991. Gli Usa hanno ancora 28.500 soldati in Corea del Sud e un imponente schieramento di mezzi terrestri, aerei e navali.

Il terzo test missilistico mentre la Cina è impegnata in vertici internazionali

Cina e Russia – Il test è avvenuto mentre nella località sud-orientale cinese di Xiamen il presidente cinese Xi Jinping apriva il vertice dei Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) – l’acronimo che riunisce le economie emergenti. Presenti a Xiamen, il primo ministro indiano Narendra Modi, con il quale la Cina ha di recente raggiunto un accordo per il ritiro delle truppe indiane da Dong Lang, e il presidente russo Vladimir Putin. Non è un inedito. E’ infatti la terza volta che Kim provoca la Cina con un test missilistico mentre Xi è impegnato in un vertice internazionale: era accaduto ad aprile mentre il presidente cinese incontrava Trump a Mar-a-Lago, in Florida, e il 16 maggio scorso, in occasione del primo forum internazionale sulla Via della Seta organizzato a Pechino.

Ma la Cina non è intenzionata a raccogliere la provocazione

Ma la Cina non raccoglie la provocazione e non cambia posizione. Mentre è immediata la reazione del ministero degli esteri che da Pechino ha “fortemente condannato” il test nucleare, ribadendo la richiesta di denuclearizzazione della penisola coreana, a non fare nessun riferimento diretto all’ultima gravissima provocazione di Pyongyang, è proprio Xi Jinping. Il quale durante il discorso di apertura al vertice di Xiamen, ha sottolineato l’importanza dell’approccio comune dei membri nelle questioni di sicurezza globale.

Cina e Russia vogliono denuclearizzare la Corea del Nord

E ha tenuto ferma l’agenda parlando di economia globale e di cooperazione. Xi ha invece parlato della sfida nord-coreana a margine del summit in un incontro bilaterale con Putin. I due leader si sono detti d’accordo nel rimanere ancorati all’obiettivo della denuclearizzazione della penisola coreana, che deve essere affrontato “in maniera appropriata” mantenendo comunicazione e coordinamento. Condanna per il test di oggi è arrivata anche da Mosca, che ha sottolineato il rammarico per la “crescente minaccia” che la Corea del Nord sta ponendo alla regione e ha aperto a “serie conseguenze” per la linea di sfida alla comunità internazionale che Pyongyang sta adottando.

Ma obiettivo di Putin e Xi è anche diminuire le esercitazioni militari Usa 

Russia e Cina rimangono dunque allineate su un approccio che prevede la sospensione dei fattori che innescano tensione nella penisola: i test nucleari e missilistici di Pyongyang e gli esercizi militari congiunti di Stati Uniti e Corea del Sud. Mosca e Pechino sono contrarie all’uso della forza militare per risolvere la crisi nord-coreana e – come sottolineato dall’ambasciatore cinese all’Onu  Liu Jieyi – occorre dare seguito agli inviti a tornare ai colloqui a sei per la denuclearizzazione, interrotti nel 2009.

“La Corea del Nord capisce solo il ronzio delle armi”

Usa – Dagli Usa verrà una risposta “militare massiccia” in presenza di minacce concrete da parte della Corea del Nord nei confronti degli Stati Uniti o dei suoi alleati. Lo ha detto il ministro della Difesa, James Mattis, il quale ha sottolineato che gli Usa non cercano in alcun modo “l’annientamento totale” della Corea del Nord, ma “abbiamo la capacità di difenderci e di difendere i nostri alleati. Abbiamo numerose opzioni militari”. Gli Usa, ha proseguito Mattis, insistono sull’unità della comunità  internazionale per ottenere la denuclearizzazione della penisola coreana. Poche ore prima il presidente Trump aveva definito Pyongyang una “grande minaccia” per gli Stati Uniti con cui il dialogo non serve poiché si tratta di uno “Stato canaglia ” che “capisce solo una cosa”. Cioè il ronzio delle armi. Donald Trump sembra di nuovo sul piede di guerra per frenare la crescente minaccia della Corea del Nord.  “Le loro parole e le loro azioni – scrive il presidente americano su Twitter – continuano a essere molto ostili e pericolose per gli Stati Uniti”.

La Corea del nord, aggiunge Trump, “è motivo di imbarazzo per la Cina, che cerca di aiutare (il dialogo, ndr) ma con scarso successo”. Inoltre, prosegue, “la Corea del Sud sta verificando, come già dissi loro, che il dialogo in cerca di un accordo la Corea del nord non funzionerà”. Poi, uscendo da una chiesa vicina alla Casa Bianca Trump, a un giornalista che gli chiedeva se un attacco militare contro Pyongyang fosse imminente, ha risposto: “Vedremo”. Per il momento, ha poi affermato sul social network, “gli Usa stanno valutando, tra le altre opzioni, di sospendere ogni attività di scambio commerciale con qualsiasi paese intrattenga rapporti di affari con la Corea del Nord”. Un tipo di sanzione che Pechino aveva già giudicato inefficace. Nel mirino, di nuovo, la Cina, che Trump aveva attaccato duramente via twitter il 29 luglio dicendosi “deluso” da Pechino accusandola di non avere  fatto nulla per risolvere la crisi.

Trump e Moon mossi da ‘istinti diversi’ 

Con l’ultima provocazione Kim rischia di dividere ancora di più gli Usa, che sono determinati a intensificare la “pressione coercitiva” nei confronti di Pyongyang, dalla Cina e dalla Corea del Sud che invece sono a favore di una riapertura dei dialoghi con il regime di Kim Jong-un. Anche se oggi Seul ha annunciato punizioni durissime. Lo sostiene il giornalista Gideon Rachman sulle colonne del Financial Times. Nonostante siano alleati militari, è sempre più evidente – scrive Rachman – come nella gestione della minaccia nord-coreana, Trump e Moon Jae-in, presidente sudcoreano, siano mossi da “istinti diversi”. Il punto è che più Trump minaccia azioni militari senza passare all’azione, più aumenta il rischio che nessuno lo prenda sul serio. A partire da Kim, il quale mostra di conoscere i punti deboli del presidente americano. “Washington sa bene che un attacco alla Corea del Nord scatenerebbe una dura repressione nei confronti della Corea del Sud coinvolgendo le basi militari Usa presenti nella regione”, scrive Rachman.

La soluzione militare è davvero l’unica possibile? 

Quali sono le altre soluzioni sul tavolo? Dopo l’ultimo lancio missilistico nord-coreano nei giorni scorsi che aveva sorvolato i cieli del Giappone, Trump aveva avvertito Pyongyang della fine della pazienza strategica di Washington ribadendo che “tutte le opzioni sono sul tavolo”; frase utilizzata per la prima volta dal segretario di Stato Usa Rex Tillerson durante il suo primo viaggio in Asia orientale del marzo scorso. Un messaggio che aveva incontrato le critiche di Pechino.

 Dopo avere licenziato Steve Bannon, il quale fino a poche settimane fa sosteneva che non ci fosse “nessuna soluzione militare”, Trump sembra intenzionato a proseguire in assetto da guerra nei confronti di Pyongyang, nonostante gli avvertimenti di Henry Kissinger circa il rischio di una escalation nucleare in assenza di un dialogo con la Corea del Nord: il capo di Stato maggiore, generale Joe Dunford, durante la visita in Cina nel mese di agosto avrebbe chiesto a Pechino di aumentare la pressione sul regime nord-coreano annunciando, come si legge in una nota diffusa dal Pentagono, la determinazione degli Stati Uniti a mettere in campo tutte le capacità militari in caso di fallimento delle azioni diplomatiche. In contraddizione con quanto dichiarato da Bannon nelle stesse ore.

L’embargo cinese metterebbe in ginocchio la Corea del Nord

C’è l’ipotesi di un embargo cinese all’esportazione di petrolio che metterebbe in ginocchio la Corea del Nord (la cui economia dipende per il 90% dalle importazioni dalla Cina). Una decisione che appare però lontanissima dalle intenzioni dei leader cinesi. Non è nell’interesse di Pechino portare il regime di Pyongyang al collasso. Continuare a contenere la minaccia nordcoreana è una prospettiva migliore. Non solo perché la fine di Pyongyang rischierebbe di provocare un’ondata di rifugiati nordcoreani in Cina e una guerra al confine. Ma anche perché il governo cinese teme la riunificazione della penisola sotto l’influenza americana.

Xi vuole dimostrare di avere tutto sotto controllo

C’è di più. Secondo quanto scrive sul Guardian Steve Tsang, direttore del China Institute at London University’s School of Oriental and African Studies, il vero timore di Pechino non riguarda l’impatto di un eventuale collasso sugli equilibri coreani, ma sulla Cina stessa. Xi Jinping vuole dimostrare di avere la capacità di mantenere il controllo e il potere sui grandi temi di politica estera mentre si avvia al diciannovesimo congresso del PCC. Permettere il collasso del regime di Kim Jong-un  esporrebbe la Cina a una pericolosa vulnerabilità interna ed esterna, offrendo un segnale dell’incapacità della classe dirigente di mantenere salda la guida al timone, e immutata la posizione nei confronti del capriccioso alleato. 

Xi non ha tanto l’ambizione di trasformare la Cina in una potenza egemone, sottolinea Tsang, quanto di consolidare il potere del partito, da cui dipende la legittimità a governare il Paese. Eppure l’imprevedibilità di Trump ha fatto gioco a Xi nel proiettare di sé l’immagine di leader globale, forte e responsabile. Resta il fatto che l’obiettivo cinese di contenere la minaccia nucleare nord-coreana attraverso i canali diplomatici non ha finora prodotto risultati perché “è limitata”.

Xi e Kim non si sono mai incontrati

Xi non ha mai incontrato l’attuale leader nordcoreano, e Pyongyang ha epurato al suo interno alcune figure vicine ai leader cinesi. Una sorta di gelo, anche se non bisogna dimenticare che Kim deve la sopravvivenza del suo regime al sostegno cinese. In altre parole: i canali diplomatici cinesi si sono indeboliti. In tal senso va letta la recente nomina di Kong Xuanyou che ha sostituito Wu Dawei nel difficilissimo ruolo di mediatore.

Scrive Repubblica: “Kong è l’attuale numero uno del team Asia degli esteri, il cinese che parla meglio il giapponese al mondo e ha quindi grandi entrature a Tokyo (in questi giorni non guasta) nonché braccio destro del ministro Wang Yi. E, soprattutto, anche lui di origini coreane”. Anche gli Stati Uniti giorni fa sembravano puntare su un esperto di questioni nord-coreane: Victor Cha. Donald Trump lo avrebbe scelto come nuovo ambasciatore in Corea del Seul, generando entusiasmi tra gli osservatori della scena coreana, anche per le sue posizioni rispetto al ruolo.

La Corea del Nord vuole dimostrare che le sanzioni non la frenano

“La Corea del Nord ha voluto dimostrare oggi che le sanzioni non funzionano e che non ha nessuna intenzione di tornare sul tavolo dei negoziati”, ha detto al South China Morning Post Zhang Liangui, docente della scuola centrale del Partito Comunista Cinese. “Ora rimangono solo due opzioni – ha aggiunto -: ammettere che abbiamo fallito l’obiettivo di denuclearizzare la penisola coreana, oppure la soluzione americana: l’azione militare

Altri analisti invocano misure più forti da parte cinese. “La Corea del Nord è risoluta a portare avanti i suoi piani nella errata convinzione che una volta dimostrato di possedere le armi nucleare, gli Usa si sentiranno forzati a fare concessioni”, ha detto Lu Chao dell’Accademia delle Scienze Sociali di Liaoning. “Ma né gli Usa né la Cina riconosceranno mai la Corea del Nord come potenza nucleare”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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