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Guerra, Onu e «ingerenza umanitaria» secondo Papa Wojtyla

San Giovanni Paolo II(©LaPresse) San Giovanni Paolo II

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

Le parole pronunciate una settimana fa da Papa Francesco sul volo che lo riportava a Roma al termine del viaggio in Corea hanno riportato all’attenzione il tema della «guerra giusta» e dell’intervento umanitario. C’è chi ha creduto di vedere una rottura con il passato nelle parole di Papa Bergoglio, e non è mancato chi ha imputato al Pontefice – e più in generale alla Santa Sede – una certa reticenza nel chiamare il «nemico» islamico per nome. Anche se, trattandosi dell’Iraq, potrebbe venire spontanea l’associazione agli appelli di Giovanni Paolo II contro la guerra angloamericana mossa al dittatore Saddam Hussein nel 2003, in realtà i massacri e la pulizia etnica perpetrata dall’Isis nell’autoproclamato Califfato assomigliano di più alla situazione creatasi nei Balcani agli inizi e poi alla fine degli anni Novanta.

 

Vale la pena di ricordare che per fermare il massacro degli armeni già Benedetto XV, tramite il Segretario di Stato Gasparri e i nunzi in Germania e in Austria-Ungheria, aveva chiesto un intervento di quei governi «per far cessare prontamente atti di barbarie i quali disonorano non solo chi li commette, ma anche chi, potendolo, non li impedisce». Pio XII, dopo la Seconda Guerra mondiale, aveva avvertito che, di fronte al ripetersi di nuove barbarie, la comunità internazionale non poteva rimanere «in un atteggiamento di impassibile neutralità» e non poteva «lasciare abbandonato il popolo aggredito». Una vera e propria svolta interventista si ebbe nel corso del lungo conflitto in Vietnam, con Paolo VI: grazie ai mezzi di comunicazione di massa, papa Montini affiancò sempre di più al lavoro diplomatico e ai contatti con le parti in causa, anche appelli pubblici ai belligeranti e ai loro leader, coinvolgendo in qualche modo l’opinione pubblica mondiale.

 

Un’eredità presa in carico da Papa Wojtyla. Quando, dopo il crollo del regime, casi di barbarie si verificarono nella guerra in Jugoslavia, con bombardamenti sui civili, il cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano, il 7 agosto 1992, fece questa importante dichiarazione, ovviamente pensata e concordata con Giovanni Paolo II: «Per frenare questa guerra, per recare soccorsi alle popolazioni e per indagare sulle accuse di atrocità in campi di concentramento, per i quali la Santa Sede ha notizie più che sicure… gli Stati europei e le Nazioni Unite hanno il dovere e il diritto di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere…».

 

Il 5 dicembre di quello stesso anno, nel discorso alla Fao, Giovanni Paolo II disse: «Sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici». Il 17 gennaio 1993, nel discorso al Corpo diplomatico, a proposito della guerra in Jugoslavia precisò: «Una volta che tutte le possibilità offerte dai negoziati diplomatici… siano stati messi in atto e che, nonostante questo, delle intere popolazioni sono sul punto di soccombere sotto i colpi di un ingiusto aggressore, gli Stati non hanno più il “diritto all’indifferenza”. Sembra proprio che il loro dovere sia di disarmare questo aggressore». Ancora, un anno dopo, nel gennaio 1994, sempre ai diplomatici, Papa Wojtyla spiegò: «La Sede Apostolica, da parte sua, non cessa di ricordare il principio dell’intervento umanitario. Non in primo luogo un intervento di tipo militare, ma ogni tipo di azione che miri a un “disarmo” dell’aggressore».

 

Se si rileggono tutti gli interventi wojtyliani ci si rende conto di come il Papa, nell’enunciare il magistero dell’ingerenza umanitaria, abbia usato un linguaggio estremamente chiaro, ma al tempo stesso prudente: la condanna della guerra di aggressione è sempre stata esplicita, ma senza che mai venissero nominati gli aggressori, contro i quali andava principalmente attuato l’intervento umanitario.

 

Queste le quattro fondamentali caratteristiche dell’intervento umanitario che si ricavano dagli interventi di Giovanni Paolo II. Primo: un simile intervento non significava immediatamente azioni militari. Secondo: era un’operazione difensiva, che mirava alla protezione delle popolazioni e degli aiuti umanitari e al disarmo dell’aggressore. Terzo: quand’anche si fosse risolto in un’azione militare, non avrebbe dovuto causare mali maggiori di quelli già provocati dalla guerra in corso. Quarto: sarebbe stata condotta dall’Onu, cioè dall’organizzazione che rappresentava tutte le nazioni del mondo.

 

Intervenendo al Palazzo di Vetro in occasione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione delle Nazioni Unite, il 5 ottobre 1995, Giovanni Paolo II disse: «Occorre che l’Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi sempre più dallo stadio freddo di istituzione di tipo amministrativo a quello di centro morale, in cui tutte le nazioni si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, “famiglia di nazioni” nella quale non esiste il dominio dei più forti».

 

Sia nella guerra dei Balcani che nella pulizia etnica in Kosovo, a intervenire non furono le Nazioni Unite, bensì la Nato, attraverso attacchi con i bombardieri dal cielo: azioni militari che hanno finito per aggiungere vittime civili. Nel 1999, quando iniziarono a cadere le bombe Papa Wojtyla non esitò a condannare tanto la violenza dei serbi contro i kosovari quanto la violenza degli americani contro i serbi: «In risposta alla violenza, un’ulteriore violenza non è mai una via futura per uscire da una crisi», disse di fronte ai membri dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il 29 marzo di quell’anno. E «L’Osservatore Romano» – sulle cui colonne in quel tempo erano sempre presenti editoriali autorevoli che esplicitavano la posizione del Pontefice – fece lo stesso, denunciando più volte l’inutilità e il dramma della «duplice guerra, quella che… insanguina il Kosovo e quella cominciata dalla Nato».

Fonte

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