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Guida alle elezioni in Pakistan

In un clima di grande tensione e incertezza il Pakistan va oggi alle urne, dopo una campagna elettorale costellata da censure, minacce e da uno degli attacchi più sanguinosi nella storia del Paese – 149 morti – rivendicato dall’Isis. Oltre 100 milioni di aventi diritto dovranno eleggere il Parlamento, sia a livello nazionale che provinciale per un totale di 342 seggi, di cui 70 riservati a donne e candidati delle minoranze etniche.

Un appuntamento elettorale molto atteso anche per capire le ripercussioni sul partito al governo (Lega Musulmana del Pakistan, PML-N) della decisione della Corte suprema – adottata nel luglio 2017 – di impedire all’ex premier Nawaz Sharif, travolto dai Panama Papers, di ricoprire a vita cariche pubbliche e di dover scontare 10 anni di galera. Il Movimento per la Giustizia pakistano, o Teherik-e-Insaf (PTI), guidato dall’ex campione di cricket che finanzia le scuole coraniche estremiste, Imran Khan, sarà il principale sfidante dell’attuale partito al potere.

Il campione di cricket che finanzia l’estremismo

Khan, 66 anni, capitano della Nazionale, con cui ha vinto la coppa del mondo nel 1992, è entrato in politica dopo aver lasciato la carriera sportiva e negli anni la sua popolaritè è cresciuta, soprattutto tra i giovani. Ricco, con fama da filantropo, Khan finanzia la famigerata madrasa Haqqania, scuola coranica legata alla corrente Deobandi dell’Islam sunnita, soprannominata “Taliban Khan”.

Pochi mesi fa il suo partito ha votato il raddoppio dei fondi alla scuola che ha formato tra gli altri il mullah Omar, capo dei talebani morto nel 2013. Il suo programma, dalla linea politica molto vaga, dà la priorità a lotta alla corruzione, creazione di nuovi posti di lavoro per i giovani, prevede un piano edilizio per i più poveri e il miglioramento della rete elettrica per porre fine ai frequenti black-out. Khan sembra certo della vittoria, predetta da una veggente-guru con la quale si è sposato in terze nozze. 

Le elezioni “più truccate della storia”

Tuttavia secondo i sondaggi nessuno dei due partiti leader dovrebbe ottenere la maggioranza, per cui il Pakistan dovrebbe essere governato da una coalizione. Analisti pakistani prevedono una netta affermazione del PTI, che porterebbe a casa 99 seggi – contro i 27 di cinque anni fa – mentre il PML rischia un netto calo, da 142 a 72 seggi. I due dovrebbero allearsi allo storico Pakistan People’s Party (PPP). Girano con insistenza voci di manipolazione elettorale ad ogni livello per assicurare la vittoria a Khan alle elezioni già definite “le più truccate della storia”. 

Sospetti stragisti tra i candidati

Ma Khan non è l’unica figura controversa in lizza. Tra i candidati c’è Muhammad Ahmad Ludhianvi, appena cancellato dalla lista dei terroristi nazionali, a capo di Ahl-i-Sunnat-Wal Jamaat (Aswj), braccio politico di un’altra organizzazione, la Lashkar-i-Janghvi (LiJ), collegata alla Sipah-i-Sahaba, ritenuta responsabile della morte di almeno 2300 sciiti. A questi si aggiungono figlio e parenti di Hafiz Muhammad Saeed, candidati di una coalizione di partiti islamici dopo che la Mili Muslim League non ha ottenuto il simbolo elettorale. Hafiz Saed, 68 anni, è accusato del massacro di Mumbai del 2008, una strage di 295 persone, e su di lui pende una taglia della Cia; due delle sue organizzazioni – Lashkar-i-Toiba e Jamaat-u-Dawa – sono nella lista dei gruppi terroristici internazionali. 

Nell’elenco dei candidati impresentabili c’è anche il partito Tehrik-i-Labbaik Pakistan guidato da Khadim Hussain Rizvi. Lo scorso novembre Rizvi e i suoi militanti hanno messo sotto assedio Islamabad e l’intero Paese, protestando contro l’inclusione di una clausola definita blasfema nella nuova legge elettorale. Dopo giorni di pressioni il governo ha ceduto, ritirando la clausola, e ai manifestanti sono state distribuite mazzette di banconote.

L’ombra della corruzione

La corruzione dilagante in politica, nei ranghi dell’esercito e dei servizi segreti (Isi) è l’altra ombra che si allunga sul voto. Questi due istituzioni super potenti, in cambio di denaro, spingono esponenti del partito di Nawaz Sharif a candidarsi come indipendenti o, meglio ancora, ad entrare nei ranghi della formazione del rivale Khan o dei partiti islamici. A chi denuncia queste manovre, esercito e Isi rispondono che “per riportare la pace i terroristi vanno inseriti nel processo politico”, come con i talebani in Afghanistan. Una strategia che finora ha portato a risultati dubbiosi visto l’impennata di violenza durante la campagna elettorale.

Come se non bastasse il mese scorso il Pakistan è stato inserito nella “grey list” della Fatf, l’organismo intergovernativo ufficiale di lotta al riciclaggio dei capitali illeciti e di prevenzione del finanziamento al terrorismo. Una sanzione fortemente voluta dagli Stati-Uniti, appoggiati da Cina e Arabia Saudita. Solo la Turchia ha sostenuto il Pakistan, sottoposto per 15 mesi allo stretto controllo degli organismi internazionali. Le autorità pakistane minimizzano ma ne risentiranno transazioni bancarie, investimenti esteri e la Borsa.

Nei giorni scorsi un altro monito è arrivato da Benish Patrass, coordinatore della Commissione nazionale Giustizia e Pace. “Siamo in un momento cruciale per le minoranze del Pakistan, perché si avvicinano le elezioni generali e i non musulmani sono sempre meno protetti”, ha detto Patrass ad ‘AsiaNews’, chiedendo con forza allo Stato di prendere le misure necessarie per salvaguardare le minoranze.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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