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Hong Kong ha deciso di spegnere tutti i neon 

Sarà per l’intensa fragranza di incenso che si sprigionava dal porto di Aberdeen, o forse per le purissime acque del fiume delle Perle che sfocia proprio qui. Sta di fatto che a regalargli il nome con cui oggi conosciamo Hong Kong è stato un odore particolarmente buono. La traduzione letterale del suo nome, infatti, è ‘porto profumato’.

Camminando per le strade della metropoli, però, a colpire più degli odori sono i colori. Quelli dei neon che illuminano le sue strade a ogni ora della notte. Ma da qualche anno le insegne appese ai grattacieli che rendono questo angolo di Cina la città più verticale al mondo sono nel mirino del governo che sta provvedendo a rimuoverli.

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“È una grande perdita per la nostra cultura”, racconta ad Agi Cardin Chan della Hong Kong Neon Heritage, l’associazione che sta cercando di salvare i neon della città. “Sono una parte importante della nostra cultura locale e del nostro patrimonio visivo”.

Addio ai neon, sostituiti dai più ecologici led

Le lampade al neon sono alimentate da un gas, il neon appunto, che si diffonde in un bulbo di vetro. L’effetto visivo, strabiliante, delle insegne al neon sono merito di artigiani che lavorano il vetro dandogli le forme più curiose. Nel 2013, però, il governo di Hong Kong ha stabilito nuove norme per questi cartelloni luminosi. Quelli a una distanza di tre metri e mezzo da terra non devono sbordare dal marciapiede, quelli a sei metri non devono ingombrare più di quattro metri e venti centimetri verso il centro della carreggiata, e guai a posizionarne due in fila a meno di due metri e quaranta di distanza l’uno dall’altro. Norme stringenti che, come risultato, hanno portato a una massiccia rimozione. Lo testimoniano queste due emblematiche foto, scattate nello stesso punto della città a distanza di tre anni, tra 2015 e 2018. 

“Molte insegne sono state collocate quando le leggi non erano così severe” commenta Chan. Ma non è soltanto questione di regole:  “Spesso erano appese agli edifici più vecchi, e man mano che questi vengono ristrutturati le insegne vanno perse”. C’è poi una questione economica, naturalmente: “I neon hanno bisogno di manutenzione regolare per durare a lungo, ma da una decina di anni a questa parte vengono considerati obsoleti e la gente preferisce sostituire quelli che vanno riparati con i led”, una soluzione che peraltro è anche conveniente da un punto di vista ambientale.

Dagli anni ‘50 l’epoca d’oro dei neon di Hong Kong

A fine ‘800, a New York, l’ingegnere statunitense Daniel McFarlan Moore inventava la lampada Moore, una sorta di progenitrice del neon. Ma il vero pioniere delle lampade al neon fu il francese Georges Claude. Grand Palais di Parigi, 3 dicembre 1910: la prima insegna di questo tipo viene installata nella sede della fiera motoristica Paris Auto Show. L’invenzione ha presto successo, soprattutto nelle grandi città europee e americane. Ma nel giro di vent’anni anche l’Oriente si attrezza: nel 1932 arriva la prima industria di neon a Hong Kong. E nel dopoguerra, all’inizio dei ‘50, ne diventa la capitale mondiale nella produzione grazie a realtà come la Cathay Neon Light Company e la Neco. Mentre negli Stati Uniti la sbornia da neon passa, Hong Kong frantuma ogni record compreso quello dell’insegna più grande al mondo: la National Panasonic.

È una vera e propria epoca d’oro. Secondo Chan, l’eredità di così tanti neon è dovuta anche al sogno, di chi fondava un’azienda, “di tramandarla in generazione in generazione”. Un’insegna ben riconoscibile era una sorta di lasciapassare per il futuro degli affari, insomma. “La città, poi, è così ricca di attività che tutti cercano di catturare l’attenzione in ogni modo, appendendo cartelli sia in orizzontale che in verticale”. Ancora oggi, ha scritto l’Economist, quelle luci sono d’aiuto nel districarsi per la città anche a chi non conosce il cinese.

Già, perché oltre a essere spettacolari da vedere, spesso le insegne contengono caratteri di quell’alfabeto per noi incomprensibile. “Le insegne derivano dalle antiche forme di pubblicità della dinastia Qing (l’ultima prima della nascita della Repubblica di Cina nel 1912, ndr) e forse anche prima – spiega Chan -. Mischiano quel tipo di comunicazione alle tecniche occidentali e sono un esempio dell’essenza di Hong Kong, capace di essere il punto di incrocio tra l’Est e l’Ovest. Spesso il loro design contiene la calligrafia cinese, sono frammenti di scrittura cinese esposta nelle nostre strade”.

Addio agli artigiani amanuensi

Un tempo le insegne di Hong Kong erano costruite tutte a mano da artigiani specializzati: intorno alla metà del secolo scorso, racconta Cardin Chan, “c’erano più di trenta maestri di curvatura del neon”. Si occupavano cioè di dare le forme ai bulbi che avrebbero poi illuminato le strade della metropoli. 

“Lavoravano duro dietro le quinte e non hanno mai ricevuto i riconoscimenti che meritano”. Dagli anni ‘90, con l’avvento dei led, hanno però dovuto reinventarsi il lavoro cambiando specializzazione: “Ne sono rimasti appena sette che ora lavorano il neon solo part-time, mentre l’ultimo che si dedicava solo a quello è morto lo scorso anno”. Con lui se n’è andata una professione che ha segnato il passato di Hong Kong e ridisegnato la sua immagine in tutto il mondo.

Secondo il governo, nella città ci sono circa 120 mila insegne, di cui la maggior parte è oramai illegale perché non risponde alle nuove norme. Mentre la Hong Kong Neon Heritage si batte perché questo patrimonio quasi secolare non vada perduto, il fotografo Zaki Abdelmounim è andato a scattare una serie di immagini della città cinese. “Il mio primo contatto con le sue insegne al neon è stato un assalto totale ai miei sensi”, ci ha raccontato l’artista. 

“Il governo ha deciso di sostituire le insegne al neon con schermi a led digitali, privi di un’anima, e ho sentito il bisogno di immortalare gli scorci che restano. È triste, perché un giorno resterà soltanto il ricordo di aver goduto dell’atmosfera di questa città”.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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