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I 32 miliardi che inchiodano De Benedetti sull’Ambrosiano

Altro che innocente, come detto al processo contro Tronchetti: i pm di Milano volevano contestargli l’estorsione per le azioni rifilate a Calvi. Poi la Cassazione, smentendo se stessa, lo salvò

Altro che innocente: mai, in nessun grado di giudizio, i giudici che si occuparono del crac del Banco Ambrosiano, scrissero che Carlo De Benedetti si era comportato onestamente.

Per questo tra i tanti capitoli della sua carriera che all’Ingegnere sarebbe forse convenuto lasciare sepolti dall’oblio, invece che trascinarli fuori dagli armadi con la sua sfortunata querela a Marco Tronchetti Provera, alla vicenda della banca milanese fallita nel 1982 spetta un posto d’onore. Perché ricostruire il modo in cui a De Benedetti fu consentito di uscire indenne da quel crac consente una interessante rilettura di quella che l’avvocato di Tronchetti ha definito una vicenda «fosca e terribile» in cui l’Ingegnere beneficiò di un «miracolo giudiziario».

L’altro ieri, il tribunale di Milano ha assolto con formula piena Tronchetti dall’accusa di diffamazione aggravata, per la quale sia De Benedetti che la procura della Repubblica avevano chiesto la sua condanna. Eppure Tronchetti si era limitato a dire che De Benedetti era stato «coinvolto nella bancarotta del Banco Ambrosiano». Circostanza storicamente innegabile, ma che secondo De Benedetti avrebbe dovuto, per rispetto della verità, essere completata spiegando l’esito della vicenda: «Io sono stato assolto in Cassazione per il Banco Ambrosiano con la motivazione che non avrei mai dovuto subire un processo, quindi io sono totalmente estraneo», ha giurato in aula l’editore di Repubblica .

In realtà, come ha spiegato nella sua arringa Tullio Padovani, legale di Tronchetti (e il giudice, a quanto pare, è stato dello stesso avviso) le cose non andarono esattamente così. Gli unici a dire che «Cdb» non andava processato furono, all’inizio dell’inchiesta sulla catastrofe dell’Ambrosiano, i giudici istruttori Pizzi e Bricchetti, ritenendo che a trattare la buonuscita dell’Ingegnere dalla banca di Roberto Calvi si fossero occupati gli staff legali. Ma la decisione dei due giudici fu impugnata dalla Procura, e smentita in tutti i gradi successivi, Cassazione compresa. E solo una serie di intoppi procedurali portò alla fine al «miracolo giudiziario» della assoluzione dell’Ingegnere.

Basta leggere come Pierluigi Dell’Osso, oggi procuratore generale a Brescia, allora pm a Milano, impugnò (con l’avallo del suo capo, Francesco Saverio Borrelli) il proscioglimento di De Benedetti: il quale «trattando le condizioni della sua uscita imponeva come conditio sine qua non che Roberto Calvi (il presidente del Banco, morto impiccato poco dopo, ndr ) rilevasse un consistente pacchetto di emittende azioni Brioschi al prezzo complessivo di 32 miliardi di lire, procurandosi cosi un ingiusto profitto con danno ingente per Calvi e le società da lui dirette». Per ottenere la buonuscita, «si avvalse della rilevante intimidazione» costituita «dalla prospettiva della sua ulteriore permanenza nell’azienda» con «la reiterata richiesta di chiarimenti». Per il pm, insomma, era stato un ricatto in piena regola. La richiesta di Dell’Osso di riaprire il processo a De Benedetti fu accolta dalla sezione istruttoria della Corte d’appello, che però contestò all’Ingegnere un altro reato, quello di bancarotta. De Benedetti, attraverso il suo difensore, il grande Giandomenico Pisapia, si rivolse alla Cassazione, contestando il cambio di reato: il 22 giugno 1990 la Suprema Corte respinse il ricorso scrivendo che la sostanza non cambiava, ed era «riconducibile, al di là delle semplici modalità operative, alla sottrazione di beni di spettanza del Banco Ambrosiano ed al depauperamento del patrimonio della suindicata impresa in dissesto».

Così l’Ingegnere finì sul banco degli imputati, insieme a colletti bianchi e brutti ceffi (solo lo Ior, la banca del Vaticano, con una decisione scandalosa, venne tenuto fuori) e ne uscì malmesso: una stangata di sei anni in primo grado, ridotti a quattro in appello. In Cassazione, nel 1998, arriva quello che l’altro giorno il difensore di Tronchetti definisce il «miracolo giudiziario»: gli ermellini si rimangiano quanto avevano scritto i loro colleghi otto anni prima. E dicono che «Cdb» non poteva essere processato per bancarotta, perché i pm di Milano lo avevano accusato di estorsione. «Con la cultura giuridica di oggi – spiega ieri uno dei protagonisti dell’ affaire – sarebbe una decisione impensabile».

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