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I bravi di Juncker e i don Abbondio italiani

Di ilsimplicissimus –

Visto che abbiamo un governo dimissionario che si permette di fare guerra alla Russia, sia pure nella sua funzione di volgare sguattero della Nato, la Ue gioca di anticipo sulle manovre per tentare di mettere in piedi un nuovo esecutivo e per bocca del Sole 24 ore, giornale fallito, ma proprio per questo limpido ed eticamente coerente portavoce di Confindustria e di Bruxelles, ricorda che entro il 10 aprile bisognerà presentare al parlamento il Def, ovvero il documento di programmazione economica finanziaria (da votare poi entro l’autunno) e che comunque l’esecutivo Gentiloni ha concordato con la Ue un piano da 30 miliardi di qui al 2021 per ottenere un rientro dei conti pubblici nei parametri voluti da Bruxelles senza dover ricorrere agli aumento di due punti dell’Iva e all’aggravio delle accise, ma senza mettere in discussione i tagli, anzi aumentandoli. E questo nel momento in cui sempre Bruxelles sta pensando a un piano per colmare il buco di bilancio dopo la Brexit  impadronendosi dei profitti realizzati dalle 19 banche centrali nazionali dell’eurozona dalla stampa delle banconote (ciò che viene solitamente chiamato signoraggio) per dirottarli direttamente nelle casse dell’UE.

E’ facile comprendere che con queste cifre in ballo, non solo i vincitori delle elezioni non potranno onorare le promesse fatte all’elettorato, ma che qualsiasi governo può fare poco o niente e difatti la “grida” diffusa per tramite del banditore ufficiale per lo Stivale ovvero il Sole, ricorda che le elezioni sono un piacevole diversivo istituzionale, che esse possono anche mandare a spasso qualche faccia fallimentare, qualche partito decotto, ma che la politica vera la si fa altrove, attraverso i conti, attraverso un mercato che sembra più una cupola del denaro. E’ abbastanza chiaro che in queste condizioni il prossimo governo non potrà che essere tecnico e semplicemente preparatorio per le prossime elezioni, visto che nessuno delle forze che hanno vinto lo scontro delle urne vuole rendersi politicamente responsabile di ulteriori massacri.

E’ una situazione drammatica, ma anche gravida di possibilità, la prima delle quali è semplicemente quella di dire no, di cominciare a ricontrattare tutto: perché se è vero che il Paese è facilmente ricattabile con lo spread e anche vero che l’Italia è troppo grande per fallire senza trascinare nell’inferno molti dei suoi potenziali cravattari e nello stesso tempo è anche troppo grande per poter essere “salvata” alla maniera della Grecia ossia comprata perché gli strumenti che sono serviti con Atene, anche grazie alle complicità interne e alle inaspettate sudditanze ideologiche di una sinistra nominale, sono largamente insufficienti all’operazione: lo riconosce anche uno dei più noti e seguiti editorialisti del Financial Times, ossia Wolfgang Münchau che se ne fa ovviamente un cruccio. Questo senza tenere conto che molta acqua è passata sotto i ponti negli appena 3 anni che ci separano dal famoso referendum greco: oggi soldi e sostegni si possono trovare anche all’esterno del circuito occidentale o più facilmente anche all’interno di esso.

Quindi siamo a un bivio nel quale si può trovare il coraggio e l’abilità di calare la carta che può dare far smuovere l’Europa degli oligarchi e separare i destini del continente dalla moneta unica, oppure piegare la testa e confessare tutta l’irrilevanza della politica nazionale e la servitù, palese ormai agli occhi di tutti, verso la tecnocrazia finanziaria e i suoi massacri sociali. Apparentemente potrebbe sembrare molto più rischiosa la prima ipotesi, ma in realtà un “tradimento” da parte delle nuove forze affermatesi in parlamento aprirebbe un capitolo molto buio di fortissime tensioni e di ulteriore e inarrestabile declino economico, mentre la mossa più audace darebbe solo inizio alla disgregazione della moneta unica che ormai pare avere il destino segnato, almeno dando retta ai mercati che ogni giorno disinvestono nella divisa europea. Per molti della razza padrona che hanno accumulato l’impossibile in questi anni, probabilmente è meglio cominciare a chiudere il sipario in una situazione nella quale la rabbia e la disillusione non hanno raggiunto il diapason, che arrivarci dopo la consunzione delle forze che hanno appoggiato in questi anni la grande vendemmia dei ricchi. Questo almeno è ciò che si legge tra le righe di molti interventi, letteralmente strappati in due e oscillanti tra una arcigna difesa delle teorie astratte e delle balle concrete  diffuse in questi anni e il timore di un redde rationem. Insomma non sempre conviene fare i don Abbondio.

I bravi di Juncker e i don Abbondio italiani

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