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I Carabinieri rivendicano la libertà di culto e la laicità dello Stato

di Luca Marco Comellini –

«Ritenuta inapplicata la libertà religiosa in quanto l’esistenza dei soli Cappellani Militari di religione cattolica darebbe luogo ad evidenti disparità di trattamento tra commilitoni». È questa la motivazione su cui poggia la richiesta del Consiglio intermedio di Rappresentanza (Co.I.R.) degli oltre 25.000 carabinieri in servizio nei reparti e stazioni della Valle d’Aosta, del Piemonte, della Lombardia e della Liguria.

Quattro pagine che non hanno precedenti nella storia repubblicana dell’Arma dei carabinieri. Il Consiglio intermedio della Rappresentanza militare del Comando Interregionale “Pastrengo” con una “delibera”, datata 8 aprile 2016, ha puntualmente ricostruito la storia dei cappellani, dalla loro nascita ad oggi ed ha evidenziato ogni aspetto del vuoto normativo creatosi con l’entrata in vigore del Codice dell’ordinamento militare e la contestuale abrogazione di quell’unica legge che dal 1961 garantiva sonni tranquilli, stipendi e gradi da generale ai preti con le stellette.

I Carabinieri puntano il dito contro lo Stato italiano e la Santa Sede. Sottolineano la mancata stipula dell’intesta espressamente prevista dall’Accordo con protocollo addizionale del 1984 che fu ratificato con la legge 121 nel 1985 che avrebbe dovuto regolare la presenza dei sacerdoti di religione cattolica nelle Forze armate e rivendicano con estrema chiarezza il dovuto rispetto del principio di laicità dello Stato sancito dalla Costituzione repubblicana. I rappresentanti dei 25.000 carabinieri che dipendono dal Comando interregionale dell’Arma chiedono direttamente a Roberta Pinotti, Ministra della difesa, di portare all’attenzione del Consiglio dei ministri le loro rivendicazioni e di provvedere a dare compiuta applicazione ai principi costituzionali sulla libertà di culto e all’abrogazione di alcuni articoli del citato Codice inerenti lo stato giuridico e il trattamento economico dei Cappellani militari assimilati in tutto e per tutto al rango di ufficiale delle Forze armate. Sempre i delegati del Co.I.R. poi si rivolgono al Comandante Generale dell’Arma, generale Tullio Del Sette, e gli chiedono con forza di “sostenere presso le competenti sedi il pensiero dei carabinieri del Nord-Ovest”.

Una iniziativa importante e coraggiosa. Per comprendere l’importanza e la portata dell’azione del Co.I.R. occorre fare un passo indietro e tornare a quando, per la prima volta, approdò in Parlamento un emendamento dei Radicali volto ad escludere ogni compenso a carico dello Stato per i cappellani che prestano assistenza spirituale al personale della militare di religione cattolica, prontamente dichiarato inammissibile dall’allora Presidente della V Commissione (Bilancio Tesoro e Programmazione) della Camera, il leghista Giancarlo Giorgetti, in quanto “tale materia è oggetto di intesa tra lo Stato italiano e la Conferenza episcopale italiana e quindi non modificabile unilateralmente da parte dello Stato”.

La questione cappellani militari rappresenta un simbolo della battaglia per la laicità dello Stato che dura ormai dal 1961 quando con la legge 512 i sacerdoti dell’ordine furono assimilati agli ufficiali delle Forze armate e il fatto che quella dichiarazione di inammissibilità fosse priva di qualsiasi fondamento giuridico i Radicali lo sapevano benissimo e la conferma definitiva arrivo nel 2012 quando il Governo guidato da Monti modificò proprio l’articolo 17 del Codice dell’ordinamento militare – su cui ora anche i Carabinieri della Rappresentanza militare hanno puntato il dito – riconoscendo l’assoluta mancanza proprio di quell’intesa utilizzata più volte e in modo del tutto strumentale dalle più alte cariche dello Stato e dai gruppi parlamentariper evitare che la battaglia dei Radicali, tesa a riaffermare la laicità dello Stato, potesse trovare più di qualche consenso.

Il Governo Monti riconobbe le ragioni dei Radicali.

Le rivendicazioni di Maurizio Turco e degli altri parlamentari Radicali non rimasero inascoltate proprio da tutti. Infatti, fu proprio il Ministro della difesa del Governo Monti, l’Ammiraglio di Paola, ad introdurre quelle sostanziali modifiche al Codice dell’ordinamento militare che avrebbero dato ragione alla tesi sostenuta fino a quel momento solo dai Radicali. L’articolo 17 del Codice fu integralmente sostituito con il seguente: “Il Servizio di assistenza spirituale alle Forze armate, istituito per integrare la formazione spirituale del personale militare di religione cattolica e disimpegnato da sacerdoti cattolici in qualita’ di cappellani militari, fino all’entrata in vigore dell’intesa prevista all’articolo 11, comma 2, dell’Accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato Lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, ratificato e reso esecutivo con la legge 25 marzo 1985, n. 121, e’ disciplinato dal presente codice e, in particolare, dal titolo III del libro V.”. Ed è proprio quel “fino all’entrata in vigore” che va letto come la sonora bocciatura delle dichiarazione di inammissibilità degli emendamenti dei Radicali che si erano succeduti fino ad allora.

Tuttavia la farsa sull’esistenza dell’intesa tra stato e Chiesa era destinata a ripetersi molte altre volte nell’Aula di Montecitorio e di Palazzo Madama. L’ultima sceneggiata c’è stata nel 2014 quando l’emendamento presentato dal vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, per risolvere definitivamente la questione togliendo ai cappellani i gradi militari e i relativi stipendi, con l’indubbio vantaggio per le tasche dei cittadini e di quei principi costituzionali di cui si erano beffati fino ad allora i governi repubblicani. Anche l’iniziativa di Giachetti è stata dichiarata inammissibile sulla scorta di precedenti parlamentari che in realtà erano anch’essi privi di fondamento. La maggioranza del PD, sorretta dalle sue varie appendici e stampelle, anche in quell’occasione decise che i preti in divisa potranno continuare a beneficiare dei loro stipendi dorati e a vestire l’uniforme militare e i relativi gradi da ufficiale.

Eppure nel corso della puntata de “LE IENE” del 19 novembre 2013 fu proprio il Capo dell’Ordinariato militare, Mons. Santo Marcianò, a dirsi pronto «a rinunciare ai gradi»e quindi allo stipendio da generale di Corpo d’Armata (oggi più di 140.000 euro), successivamente, il 5 dicembre 2013, a Radio Radicale il suo vicario, Don Angelo Frigerio, confermò le parole del suo superiore e che quell’intesa prevista dal Concordato del 1984 in realtà non è mai esistita e la Chiesa è ancora in attesa di stipularla.

Cappellano quanto mi costi

Dal 2013 al 2015 la spesa per i soli stipendi dei cappellani militari è aumentata di 2.765.379 euro passando da7.680.353 a 10.445.732 euro mentre il numero dei cappellani è lievitato di 36 unità, da 169 a 205. Queste cifre rendono evidente l’importanza dell‘iniziativa degli, ormai ex,parlamentari Radicali puntualmente respinta da una classe politica sempre più sottomessa alla casta ecclesiastica ed anche gli appelli che costantemente molti altri cittadini rivolgono a Papa Francesco per convincerlo a rinunciare al denaro (sterco del diavolo), ai gradi militarie ai privilegi, non hanno ancora avuto nessun effetto nonostante già il 17 febbraio del 2015 proprio il Direttore della Sala stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, aveva annunciato di voler dare vita a una Commissione bilaterale, tra Santa Sede e lo Stato italiano, per risolvere “in tempi brevi e su linee che sono già state abbastanza definite” la questione dei Cappellani militari. La Commissione si è riunita per la prima volta solo scorso 16 gennaio.

Lo strumento normativo per soddisfare le richieste del Co.I.R. già c’è

Le inchieste di questi giorni su petrolio lucano e la cosiddetta “legge navale” che hanno coinvolto il Capo di stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, hanno portato anche ad una accelerazione dell’attuazione del Libro Bianco della difesa, fortemente voluto dalla Ministra Pinotti e i decreti legislativi varati dal Governo Renzi per modificare e integrare quelli già approvati nel 2014 in attuazione della legge di revisione dello strumento militare, attualmente in discussione presso le competenti Commissioni parlamentari che procedono con insolita celerità, possono essere lo strumento ideale per dare corpo alle richieste degli oltre 25.000 carabinieri rappresentati dal Co.I.R. “Pastrengo”.

La Difesa per il momento tace

Per non disturbare direttamente la Ministra della difesa che  sta attraversando un periodo molto burrascoso – come raccontano le cronache e per dirla in termini marinareschi – ci siamo rivolti al suo portavoce, Dr. Andrea Armaro, al quale abbiamo chiesto di farci conoscere “quali siano gli intendimenti della titolare della Difesa in merito alla richiesta avanzata dal Co.I.R dei carabinieri”. Sulla questione ovviamente non potevamo non interpellare anche l’ufficio stampa del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri per sapere “se presso le strutture, Reparti ed Enti, dell’Arma prestino servizio i ministri di altri culti religiosi e in caso affermativo quanti, di quale confessione e con quali costi” e, infine, “quali siano le intenzioni del Comandante Generale dell’Arma, generale Tullio Del Sette (già capo di Gabinetto della Ministra Pinotti), in merito alla richiesta dei suoi dipendenti”. Tutte le nostre domande, al momento, sono rimaste senza risposta.

La Costituzione e la legalità prima della fede

Non resta che augurarsi che qualche volenteroso parlamentare continui a raccogliere l’eredità di buon senso che i Radicali hanno lasciato nei resoconti delle assemblee della Camera e del Senato e che la Ministra della difesa Roberta Pinotti – e il suo capo Matteo Renzi – decida di dare concretezza normativa alle richieste dei Carabinieri per dare una compiuta attuazione alla Costituzione e chissà se questa volta la Commissione bilaterale riuscirà ad abbattere le resistenze dei tanti preti in divisa ancora incapaci di rinunciare ai gradi militari e agli stipendi da generale. Soldi pubblici che i Cappellani militari continuano a percepire in religioso silenzio. “Pecunia non olet”, con buona pace di Papa Francesco e dei suoi principi di povertà, umiltà e carità cristiana.

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