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I complici di papa Francesco

Cosa sta facendo davvero il Vaticano per sradicare dal suo interno la violenza sui bambini? I risultati di un sondaggio online di Rete l’Abuso mettono sotto accusa l’inerzia di Bergoglio, delle istituzioni italiane e della Conferenza episcopale.

di Federico Tulli –

Appena eletto, papa Francesco ha messo in cima alla agenda pontificia la lotta contro la pedofilia. Dedicando a questo tema almeno un annuncio a settimana, non mancando mai di farsi fotografare con atteggiamenti affettuosi – a volte ricambiati, a volte no – in mezzo a dei bambini, emanando una serie di decreti volti ad accentrare in Vaticano tutte le indagini e le decisioni sui casi più scabrosi e ad avvicinare le norme della Santa Sede alle indicazioni della Convezione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza siglata nel 1991 e ratificata nel 2014.

Segnali forti, amplificati dalla parola d’ordine spesso pronunciata dal pontefice argentino e diligentemente rilanciata dai media italiani: «Tolleranza zero». Un passaggio epocale, sulla carta, è avvenuto il 5 settembre 2016, con l’emanazione del motu proprio Come una madre amorevole che prevede, oltre all’inasprimento delle misure anti-abusi, la rimozione dei vescovi responsabili di condotta negligente del proprio ufficio nei casi di violenza su minori o adulti vulnerabili. Vale a dire, di insabbiamento delle denunce relative a preti pedofili. Poco più di un anno prima, il 5 giugno 2015 al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di vescovi negligenti, secondo quanto si legge sul sito della Santa Sede, al papa era stata sottoposta, da una commissione consultiva appositamente insediata, la proposta di creare un Tribunale apostolico all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia.

Si trattava solo di un suggerimento ma la stampa italiana annunciò il tribunale dei vescovi come cosa fatta descrivendolo come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio. In realtà la stessa pena, ossia la rimozione del porporato insabbiatore, colmava un vuoto procedurale poiché era già disciplinata sin dal 1962 dalla legislazione canonica vigente per cause gravi (Crimen sollicitationis) e rinnovata nel 2001 da un provvedimento di Giovanni Paolo II (De delictis gravioribus). Ma senza essere mai applicata. E cosa ancor più interessante, il tribunale seppur annunciato e osannato non è mai entrato in funzione né mai accadrà perché il papa non lo ha mai creato.

A dare la smentita – con quasi due anni di ritardo rispetto ai titoli a nove colonne dei media nostrani – è stato il 5 marzo 2017 niente meno che il prefetto della Cdf, card. Gerard Müller, il quale intervistato dal Corriere della sera ha precisato che il tribunale per i vescovi «era solo un progetto».

Avete appena appreso come si costruiscono fake news in salsa vaticana: una commissione consultiva della Santa Sede annunciata e istituita dal papa (capo della Santa sede) suggerisce al papa la soluzione di un problema; la stampa italiana trasforma il consiglio in cosa fatta e iper sponsorizza la svolta e il coraggio del pontefice; due anni dopo un “ministro” della Santa Sede racconta alla stampa italiana che si trattava solo di un consiglio. E la cosa finisce lì. Nel frattempo però fuori dalle Mura leonine si è sedimentata l’idea che in Vaticano ci sia finalmente un tribunale inflessibile per i vescovi complici dei preti violentatori, alimentando il mito di Bergoglio il rivoluzionario.

Questo è solo uno dei tanti esempi di come la Chiesa di papa Francesco stia affrontando la questione delle violenze sui minori al proprio interno. La strategia è collaudata e vincente: cambiare tutto per non cambiare niente. Alle parole del papa, alle sue intenzioni, ai suoi desiderata raramente, per non dire mai, seguono dei fatti concreti. E su questo i media sono disposti a chiudere un occhio, molto spesso tutti e due (come abbiamo avuto modo di dimostrare su Left n. 20/2017).

Ma non tutto è oro quel che luccica… dal punto di vista del Vaticano.

Per cercare di capire in che modo l’opinione pubblica percepisca l’operato del papa e quali siano i danni effettivi provocati dalla disinformazione sulle cose di Chiesa, Rete L’Abuso, un’associazione senza scopo di lucro che si occupa della tutela legale di circa 600 vittime italiane di sacerdoti pedofili, ha lanciato il 3 maggio scorso un sondaggio sul proprio sito i cui risultati – che non hanno carattere di scientificità ma aiutano comunque a farsi un’idea – sono riportati nella tabella alla fine di questo articolo. Le oltre 4mila risposte raccolte in un mese e pubblicate il 4 giugno ci dicono che, nonostante tutto, gli italiani sono molto critici nei confronti di papa Francesco.

L’84,9% degli intervenuti pensa che le misure adottate per contrastare gli abusi siano insufficienti. E solo il 15,1 riconosce dei meriti al pontefice.

Sono state inoltre accolte favorevolmente le proposte che Rete L’abuso mette sul tavolo per indurre più che il Vaticano lo Stato italiano – legati a filo doppio dai Patti lateranensi e dal Concordato – ad affrontare seriamente e concretamente la tragedia della pedofilia nella Chiesa.

Ecco allora lo sdegno per la decisione presa ufficialmente nel 2014 dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) di non denunciare i preti pedofili «per tutelare la privacy delle vittime», quantificato dall’84,96% di risposte critiche (contro il 15,04). Una scelta quella della Cei che in concreto si traduce in nella mancata collaborazione con le autorità laiche, e non è un caso che mai nella storia dell’Italia repubblicana un vescovo abbia segnalato un presunto prete pedofilo alla magistratura.

Di contro, come si evince dal quarto quesito, «dal 1985 un articolo di modifica del Concordato impone ai magistrati italiani di informare il vescovo riguardo i “procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”». L’82,2% pensa che il comma vada eliminato (il 17,8% pensa di no).

La terza domanda rilancia un tema la cui paternità è da attribuire al radicale Maurizio Turco (oggi rappresentante legale della Lista Pannella e del Partito Radicale) e che Left ha sempre sostenuto. Vale a dire la necessità di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta per fare piena luce sul fenomeno criminale della pedofilia nel clero italiano. Chi ha risposto al sondaggio è sostanzialmente d’accordo (85,75% vs 14,25%), del resto la mappatura del fenomeno, come già è accaduto in numerosi Paesi del mondo, avrebbe decisive ricadute anche sulla prevenzione.

Infine la quinta domanda parte dalla notizia del governo svizzero che ha sospeso per sei mesi la prescrizione dando la possibilità a numerose vittime di denunciare le violenze subite. «Pensi che sarebbe utile anche in Italia?» chiede Rete L’Abuso considerando che «molto spesso chi subisce una violenza da bambino trova la forza di denunciare dopo decenni, quando ormai il reato è prescritto». L’87,95% ha risposto di sì e solo l’12,05% si è detto contrario. La scelta di inserire il delicatissimo tema della prescrizione nei quesiti non è casuale. Come ha detto in una recente intervista a Repubblica il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, «è opportuno ricordare che la prescrizione si fonda sulla presunzione che, passato un certo tempo, lo Stato non abbia più interesse a punire il reato». «Senza entrare nel merito della ratio su cui poggia l’istituto della prescrizione, nel caso della pedofilia la sensazione di quasi tutte le vittime è che lo Stato italiano non abbia mai avuto l’interesse a punire il reato» dice a Left Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso. «Sarebbe quindi ora che chi di dovere tuteli i propri cittadini, invece di rendersi complice di chi in Vaticano continua a credere che lo stupro di un bambino sia un peccato morale e non un delitto atroce contro persone inermi, condannando (raramente) il peccatore a qualche Ave Maria per aver offeso Dio».

LEFT del 10-06-2017

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