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«I diritti umani non sono piu’ il cemento dell’Europa»

Colloquio con Vladimiro Zagrebelsky, ex giudice della Corte di Strasburgo di Donatella Stasio (Sole  5.9.15)

“”La foto del piccolo Aylan, cadavere sulla spiaggia di Bodrum, ha risvegliato sentimenti di commozione e di umana pietà e al tempo stesso ha imposto di guardare alle guerre degli Stati intorno al Mediterraneo, che di quel mare hanno fatto un cimitero, nonché alle pesanti responsabilità occidentali. Tuttavia, quello scatto evoca anche un sano senso di colpa, di vergogna, per l’incapacità dell’Europa di garantire accoglienza e, soprattutto, rispetto della dignità umana. Come si concilia, infatti, l’Europa dei fili spinati, che alza muri e marchia in modo indelebile uomini, donne, bambini, con l’Europa dei diritti umani? Com’è possibile che le Corti europee stiano a guardare impotenti ciò che accade in Ungheria? E che gli Stati siano sordi al richiamo di quelle Corti al rispetto dei diritti fondamentali? Dove sono finiti – se ci sono mai stati – gli anticorpi contro il razzismo, in un’Europa che aveva scelto il motto: «uniti nella diversità»? «C’è un progressivo disfacimento dell’idea dei diritti umani come cemento dell’Europa, perciò comprendo lo smarrimento», dice Vladimiro Zagrebelsky, per anni giudice italiano alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «La mia principale preoccupazione – aggiunge – è soprattutto il riemergere di nazionalismi, di una contrapposizione tra “noi” e “gli altri” sempre più crescente e pericolosa tra gli Stati». Se ne è avuta una rappresentazione plastica a Ventimiglia, con le polizie italiana e francese schierate contro nel far passare la frontiera ai migranti o nel bloccarli. E così anche a Calais.
Zagrebelsky premette che quando si parla di migranti bisogna distinguere la dimensione sociale, politica e umanitaria da quella individuale. Quanto alla prima, «manca un comune sentire tra gli Stati», ciascuno dei quali pensa a se stesso, cavalcando umori e sentimenti dell’oponione pubblica, da cui dipende la sopravvivenza dei governi. La dimensione individuale, invece, è quella che investe le Corti. Le quali, però, non nascono «per tutelare la violazione dei diritti», come si sarebbe portati a credere, ma «per risolvere specifiche controversie». Ciò spiega perché non è dalla contabilità delle condanne che si può misurare il tasso di aderenza degli Stati ai principi che essi stessi hanno sottoscritto, poiché le sentenze dipendono dai ricorsi che vengono presentati.
Detto questo, si ha la sensazione che Strasburgo abbia via via ceduto alla pressione dei governi, consentendo la deroga di alcuni divieti (lasciata, ad esempio, all’«apprezzamento nazionale»). «Il che – osserva Zagrebelsky – significa ammettere un’Europa che sui diritti è un po’ a macchia di leopardo, laddove l’obiettivo iniziale era invece l’armonizzazione dei diritti. Obiettivo al quale si è, di fatto, rinunciato».
«Ormai è in corso il disfacimento dell’idea dei diritti umani come cemento dell’Europa» prosegue Zagrebelsky. I governi “remano contro”, spinti come sono da un’opinione pubblica che non si è nutrita dei valori sanciti nei patti sottoscritti dagli stessi governi. I quali, peraltro, poi si mostrano insofferenti a quei principi e alle sentenze della Corte. Ad aprire il varco è stato il Regno Unito, protagonista di uno scontro violentissimo con la Corte europea sulle espulsioni (negate) nei confronti di terroristi originari di Paesi in cui non vi è tutela dei diritti umani. Sulla stessa scia si sono poi mossi altri governi, che non volevano andare in rotta di collisione con l’opinione pubblica impaurita, e perciò critica verso quelle decisioni. La Corte europea dei diritti umani ha mantenuto ferma la sua giurisprudenza che non ammette che persone (qualunque sia la loro condizione) siano esposte al rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti.
Certo è che, a fronte dei principi giustamente ribaditi nelle sentenze della Corte (comprese le due recenti condanne dell’Italia proprio in tema di migranti), si resta basiti per la disinvoltura con cui in Europa si alzano muri, si imprimono marchi sulla pelle, si impedisce di partire a chi ha documenti e biglietti, si nega accoglienza ai rifugiati politici. «Purtroppo, pur con tutte le critiche che merita l’Europa, sull’immigrazione c’è almeno una forte dialettica che invece non c’è in altre parti del mondo. Basti pensare a cosa avviene in Australia o tra Messico e Usa», dice Zagrebelsky. Che però teme i «crescenti nazionalismi»: Italia, Germania, Finlandia, Ungheria… ciascuno ha una propria posizione e fa da sé. E se si pensa che i terreni su cui nascono le guerre sono l’economia e la paura, «gli ingredienti di una guerra ci sono tutti. L’Unione europea, nata per impedirla per sempre, dovrebbe rassicurarci». «Per fortuna – conclude – fra i giudici della Corte la cultura dei diritti ignora le frontiere. E questo, almeno, dovrebbe essere

 

 

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