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I diritti violati delle donne italiane sull’ aborto

Difendiamo la 194Di 10/03/2014
Un organo del Consiglio d’Europa ha bocciato il nostro paese dove il numero elevato di obiettori di coscienza nelle strutture sanitarie limita l’accesso all’Ivg, disapplicando quanto previsto dalla legge 194. Critiche dalle organizzazioni cattoliche.

Il numero elevato di obiettori di coscienza nelle strutture sanitarie in Italia, che raggiunge percentuali del 70% in alcune regioni della penisola, limita l’accesso all’interruzione legale della gravidanza e costituisce una violazione della Carta Sociale Europa.

A bocciare l’Italia è stato il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, che ha analizzato il caso italiano dopo un reclamo presentato nel 2012 dalla Federazione internazionale per la pianificazione familiare. L’obiettivo del ricorso era quello di accertare lo stato di disapplicazione della legge 194/1978.

INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA: CONSIGLIO D’ITALIA BOCCIA L’ITALIA – A bacchettare il nostro Paese è stato il Comitato Europeo dei Diritti Sociali dell’organizzazione paneuropea (il Consiglio d’Europa è il principale organo di difesa dei diritti umani in Europa. Non è organo comunitario, ma vigilia sull’applicazione della Cedu, ndr). La decisione del Comitato è stata approvata quasi all’unanimità, con l’unico voto contrario del presidente, lo spagnolo Luis Jimena Quesada. Secondo il Consiglio d’Europa, l’elevato numero di obiettori di coscienza negli ospedali «non garantisce l’esercizio effettivo del diritto delle donne a interrompere la loro gravidanza». Secondo il comitato la protezione dell’obiezione di coscienza «non deve limitare né aggravare l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla legge». Il ricorso era stato presentato da una serie di sigle. Tra queste anche Laiga (Libera associazione ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) : il network era assistito anche dagli avvocati Benedetta Liberali e Marilisa D’Amico (ex presidente della commissione affari istituzionali nel Consiglio comunale di Milano, poi dimessasi per incompatibilità, avendo ottenuto un incarico nel consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, ndr). Laiga ha rilanciato con un comunicato la decisione del Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa: «Ha ufficialmente riconosciuto come l’Italia viola i diritti delle donne che -alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 – intendono interrompere la gravidanza, a causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza».

 L’ITALIA E I DIRITTI VIOLATI DELLE DONNE – In base alla legge 194, l’Italia dovrebbe sempre garantire in ogni ospedale il diritto all’interruzione di gravidanza, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici. A causa del numero crescente delle obiezioni, però, Laiga ha denunciato come «alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge». Di fatto, una violazione dei diritti delle donne sanciti dalla legge 194, definita irrinunciabile dalla Corte costituzionale. Nel 2012 la Consulta aveva respinto il ricorso presentato da un giudice tutelare di Spoleto, che ne contestava la legittimità perché ritenuta in contrasto con sentenza della Corte di Giustizia Ue. «Siamo felici di questo risultato», ha spiegato Silvana Agatone, presidente della LAIGA dopo la bocciatura del Consiglio d’Europa. L’avvocato D’Amico, invece, aveva ricordato la rilevanza della decisione del Comitato: «In occasione della giornata in cui si celebra la donna, l’8 marzo, appare quasi beffardo, che a trent’anni dall’approvazione della legge 194 ancora si debba combattere nelle istituzioni competenti per affermare un diritto per noi donne definito costituzionalmente irrinunciabile», aveva spiegato. Non senza ricordare come il mancato rispetto dei diritti della donna sull’interruzione di gravidanza non fosse soltanto un problema italiano: «In molti altri paesi europei i diritti non sono garantiti», ha concluso.

LE PROTESTE DI AVVENIRE – La decisione del Comitato ha scatenato le proteste delle organizzazioni religiose, contrarie all’aborto, così come di Avvenire:

«Un nuovo attacco al diritto all’obiezione di coscienza dei medici nei confronti dell’aborto, che le lobby antinataliste cercano di far rimbalzare in Italia con l’avallo di qualche istituzione europea, anche se sprovvista di ogni potere giuridico», attacca Pierluigi Fornari in un articolo pubblicato sul quotidiano cattolico.

E non è mancato chi, come Eugenia Roccella (Nuovo centrodestra) ha contestato i dati, bollando la decisione del Comitato come un «un pronunciamento del tutto immotivato e pretestuoso, frutto di una non conoscenza dei dati italiani». Ha poi aggiunto: «Va ricordato anche che secondo l’ultima relazione al parlamento sulla 194, il carico di lavoro per i ginecologi che fanno gli aborti (cioè i non obiettori) è soltanto di 1.7 interventi a settimana, considerando tra l’altro, in un anno, soltanto 44 settimane lavorative». Dati che erano stati a loro volta contestati dalla Laiga, sul Fatto Quotidiano: «Ogni settimana di interruzioni di gravidanza ne faccio almeno 10, e non 1,7 come dice il ministro. Non ne possiamo più di queste discrepanze dei dati. Le cifre ufficiali sull’obiezione di coscienza parlano di una media del 70 per cento, quelli che abbiamo raccolto noi, struttura per struttura, sono invece del 91,3 per cento. Con tanti medici obiettori, le liste d’attesa si allungano e le donne sono costrette ad abortire più tardi, con maggiore rischio di complicazioni», spiegò Anna Pompili, ginecologa di Laiga, sul quotidiano on line diretto da Peter Gomez.

http://www.giornalettismo.com/archives/1401141/i-diritti-violati-delle-donne-italiane-sullaborto/

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