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“I malati mentali sono 1,5 milioni”

«Fra vent’anni i piemontesi che ogni anno accuseranno sofferenze per disturbi mentali potrebbero essere tre milioni, numeri raddoppiati rispetto al 2015 e con un calo dell’età media. Più di cardiopatici e pazienti con tumori secondo quanto prevede l’Organizzazione mondiale della sanità».  Fassino, il direttore della scuola universitaria di specializzazione di psichiatria dell’Università di Torino, dopo il caso di Andrea Soldi, ritiene sia fondamentale aprire una riflessione approfondita sugli strumenti di contrasto e di intervento.
Professor Fassino, sono numeri enormi. Quanti sono i piemontesi che soffrono per disturbi mentali adesso?
«Sono circa 1 milione e mezzo. Parliamo di disturbi affettivi, d’ansia, da abuso di sostanze. Psicotici. Sono cifre indicate nel piano nazionale per la salute mentale della Conferenza Stato-Regioni. Nel 2002 non erano neppure seicentomila».
Lei condivide l’analisi del direttore regionale della sanità Vittorio Demicheli, che accusa il sistema piemontese di spendere troppo per i farmaci?
«Ho letto le dichiarazioni rilasciate al vostro giornale dal direttore, il quale punta il dito sulla spesa ingente per i farmaci, 50 milioni solo per gli antidepressivi. Sono assolutamente d’accordo con lui, ma la spesa può essere ridotta, addirittura dimezzata se si punta sulla psicoterapia. I farmaci sono fondamentali in alcune patologie e in altre sono efficaci se abbinati alla psicoterapia. Che è determinante e non può essere relegata in secondo piano. Senza, i farmaci non funzionano».
Ci sono dati in proposito?
«Ricerche accreditate a partire dagli studi del Premio Nobel Kandel del 2001 hanno avvalorato che la psicoterapia modifica il cervello almeno con pari efficacia rispetto agli psicofarmaci. Un’altra scoperta determinante della ricerca è l’importanza del coinvolgimento della famiglia. Nel piccolo, vorrei ricordare l’esperienza che abbiamo fatto quando dirigevo il dipartimento di salute mentale di Borgosesia. Abbiamo puntato moltissimo sulla psicoterapia e in cinque anni non abbiamo avuto un solo Tso. Quando l’esperienza si è conclusa sono tornati. Intendo pubblicare uno studio sull’argomento».
A chi si può attribuire la responsabilità se ciò non avviene?
«Per tutto questo ci vogliono i tempi giusti. Il personale dev’essere adeguato e le risorse all’altezza dei problemi»».
Ritiene che il sistema piemontese sia deficitario in questo senso?
«Direi proprio di sì. Ci vuole il tempo per parlare a lungo con i pazienti, per coinvolgere le famiglie, seguire la riabilitazione. Un colloquio dovrebbe prevedere almeno 45 minuti da dedicare a ciascun paziente e questo una o due volte a settimane a seconda dei casi. Ho seguito il dibattito aperto da alcuni colleghi dopo il caso Soldi e mi pare che i problemi siano reali, il burn out è evidente. Non c’è abbastanza personale (medici, infermieri, educatori), e quello che c’è è oberato da ritmi eccessivi. Così si finisce per puntare di più sui farmaci, la strada più breve».
Cosa pensa dei gruppi appartamento e in generale della riforma dell’assessorato?
«I gruppi appartamento sono una buon alternativa alla comunità terapeutica, che vorrei ricordare ci costa 250 euro al giorno. La riforma parte da ottimi presupposti e di sicuro incontrerà forti resistenze. Purché non si segua la strada dei tagli lineari».
Sara Strippoli

(Repubblica 26 agosto)

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