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I nazionalisti trionfano in Corsica. Sarà una nuova Catalogna?

A poco più di un anno dalla fine della lotta armata avviata negli anni ’70 dai separatisti del Fronte di Liberazione Nazionale Corso, “Pè a Corsica”, un’alleanza di partiti nazionalisti, si è imposta al secondo turno delle elezioni regionali anticipate nell’isola con il 56,6% dei voti. Le due sigle autonomiste – Femu a Corsica del governatore Gilles Simeoni e Corsica Libera del presidente uscente del parlamentino di Ajaccio, Jean-Guy Talamoni, si erano imposte, conquistando il governo, anche nel 2015 ma si erano fermate al 47%, senza ottenere la maggioranza assoluta dei seggi.

La République en Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, si è fermato al 12,7% in una consultazione caratterizzata da un forte astensionismo (il 47% degli elettori non si è presentato alle urne). Forti di una vittoria così netta, Simeoni e Talamoni hanno già chiesto colloqui a Macron per chiedere maggiore autonomia dal governo centrale. Sarà la Corsica la prossima Catalogna?

Cosa vuole Ajaccio

Le tre richieste principali di “Pé a Corsica” sono il riconoscimento di pari dignità alla lingua corsa rispetto al francese, un’amnistia per i detenuti considerati prigionieri politici e il riconoscimento di uno status speciale ai residenti che impedisca agli stranieri abbienti di continuare a fare incetta di abitazioni sulle splendide coste dell’isola, mandando alle stelle i prezzi degli immobili. 

I due partiti non hanno però minacciato un referendum in stile catalano. Nel programma elettorale dell’alleanza è infatti chiarito nero su bianco che “Pè a Corsica” ha “progetti ambiziosi” per la terra natale di Napoleone ma non intende arrivare all’indipendenza. Una posizione moderata che è frutto di un compromesso tra l’autonomista Simeoni e l’indipendentista Talamoni, definito il Puigdemont​ corso, che ha accettato di accantonare le istanze più radicali. I due continuano però a dividersi i ruoli di poliziotto buono e poliziotto cattivo.

Dopo il voto, Simeoni ha invitato Parigi a “un dialogo costruttivo” che porti alla “necessaria emancipazione economica, ambientale e sociale della Corsica e dei suoi abitanti”. Talamoni ha invece esortato l’Eliseo ad “aprire i negoziati molto in fretta” se non vorrà vedere i corsi scendere in piazza. Macron, che ha sempre guardato con scarso entusiasmo a una trattativa con gli economisti, si è limitato a replicare con una succinta nota che l’indipendenza non potrà essere discussa, senza rispondere alle specifiche richieste di “Pé a Corsica”. 

Indipendentismo o autonomia?

Molti analisti insistono che la Corsica non vuole l’indipendenza perché, a differenza della Catalogna, non è una regione ricca, vive soprattutto di turismo e gode di ingenti trasferimenti da Parigi. Cio è vero ma va sottolineato come la ricca regione spagnola, nei giorni prima del referendum, avesse comunque assistito a una fuga di imprese che trasferivano la loro sede altrove per timore dell’incertezza. Anche se Madrid, per ipotesi, avesse concesso l’indipendenza a Barcellona, quest’ultima avrebbe potuto restare nell’unione monetaria come se niente fosse?

Una regione economicamente depressa

Il punto principale è invece che, come in Sardegna, la maggioranza della popolazione corsa vuole più autonomia ma non una secessione tout-court. Su tale atteggiamento ha il suo peso la violenza della lotta armata, a colpi di esecuzioni e attentati bombaroli ai danni di infrastrutture, ingaggiata dal Fronte di Liberazione Nazionale Corso, il cui gesto più clamoroso fu l’assassinio, nel 1998, del prefetto Claude Erignac, freddato con tre pistolettate mentre si recava a un concerto insieme alla moglie. La ragione principale per la quale i corsi non vogliono tagliare il cordone con Parigi sono i ricchi sussidi garantiti dal generoso welfare transalpino. L’isola è infatti una delle regioni più depresse della Francia, al cui Pil contribuisce per appena lo 0,4%. Un quinto della popolazione è sotto la soglia della povertà, il tasso di disoccupazione è a doppia cifra e l’economia è fortemente dipendente dal turismo, settore che impiega la maggior parte della popolazione attiva, a fronte di un’industrializzazione assai limitata.

I motivi del successo degli autonomisti sta nell’effettiva assenza di un’autonomia paragonabile a quella della Catalogna, che gode già di ampia libertà di manovra in settori quali la salute, la sicurezza e l’educazione, spiega a The Local il professor Thierry Dominici dell’Università di Bordeaux, laddove “la Francia è lo stato unitario più centralizzato d’Europa”. “Lo Stato ha tutto da guadagnare a soddisfare almeno una delle loro tre richieste”, aggiunge Dominici, “se non farà nulla, gli isolani scenderanno in piazza. E senza il bisogno che i nazionalisti glielo chiedano”. 

@CiccioRusso_Agi

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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