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I presunti abusi del prete di Milano finiscono all’Onu e inguaiano l’Italia

CHIESA NELLA TEMPESTA

Il caso studiato perfino a Ginevra. Aperta sul nostro Paese un’indagine per favoreggiamento della pedofilia clericale. 

di Giorgio Gandola –

Adesso la macchia d’olio sulla tonaca è grande come il mare. E sporca anche l’Italia, che rischia l’incriminazione da parte delle Nazioni unite per favoreggiamento della pedofilia clericale. Il caso di don Mauro Galli, del presunto abuso sessuale nei confronti di un minore e dell’ambigua gestione da parte di Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, ha assunto una dimensione internazionale. Ieri a Ginevra, nella sede dell’Onu, la vicenda è stata al centro di un forum sulla pedofilia del clero nel quale i testimoni di 23 Paesi del mondo hanno raccontato le loro tristi storie. Per l’Italia è stata ritenuta emblematica quella del sacerdote di Rozzano che alla fine del 2011 ha fatto dormire nel suo letto un ragazzo dell’oratorio dopo averlo confessato e in questi mesi è imputato in un processo per abusi in tribunale a Milano.

Al culmine di un lungo e tormentato percorso durato tre anni che lo ha portato più volte sulla soglia dell’autodistruzione, il giovane ha trovato la forza di denunciare ai carabinieri gli accadimenti di quella notte attraverso la famiglia. E nel corso dell’inchiesta si è scoperto che don Mario Delpini, allora vicario episcopale di zona, e don Pierantonio Tremolada (allora responsabile dei giovani sacerdoti, oggi vescovo di Brescia) – pur sapendo due giorni dopo dei contorni di quella notte attraverso il racconto del parroco del paese, don Carlo Mantegazza – avevano deciso di non denunciare ai superiori, di non favorire l’apertura di un’indagine previa (invocata da papa Francesco) e semplicemente di trasferire il prete da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con adolescenti. L’imbarazzante storia, stigmatizzata anche dall’arcivescovo Angelo Scola in una lettera ai genitori della vittima (“Mi scuso con voi per il comportamento maldestro dei miei collaboratori”), era a conoscenza del Vaticano nel 2017 quando il Pontefice decise di promuovere Delpini Tremolada.

Proprio questi aspetti sono stati al centro della puntuale narrazione davanti alla commissione Children rights connect delle Nazioni unite fatta da Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’abuso, che ha ricostruito la vicenda sottolineando testimonianze, perizie, incongruenze con un denominatore comune: la volontà di salvaguardare l’immagine dell’istituzione ecclesiastica prima che riconoscere il trauma della vittima.

“Il caso dimostra la continuità della linea omissiva della Santa Sede”, ha spiegato Zanardi davanti a rappresentanti di Stati Uniti, Messico, Francia, Cile, Canada, Svizzera, Germania, Inghilterra, Argentina, fra gli altri. “Nella lunga e complessa vicenda di don Galli si vede ben documentata la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori”.

Parole pesantissime che hanno scosso l’uditorio rispetto a una vicenda che potrebbe avere conseguenze anche per lo Stato italiano. Le Nazioni unite hanno formalmente confermato l’apertura di un’indagine di verifica nei confronti dell’Italia, che proseguirà per tutto il 2018 e si concluderà nel gennaio 2019, con un’ipotesi di reato molto imbarazzante: favoreggiamento della pedofilia clericale per condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi del clero e violazione della convenzione Onu per i diritti del fanciullo.

Nel febbraio scorso l’associazione Rete l’abuso aveva diffidato il governo italiano per una serie di omissioni d’atti d’ufficio nella ratifica di convenzioni internazionali sul delicatissimo tema.

L’Onu è irritata con il Vaticano fin dal 2014, quando criticò una lettera circolare inviata alle conferenze episcopali di tutto il mondo perché dava “la precedenza alle procedure della legge canonica sulle procedure penali nazionali”. E chiesero agli uffici papali di “adottare regole chiare per l’immediata denuncia di tutti i casi sospetti alle autorità civili nazionali anche nei casi in cui le leggi nazionali non lo prevedono come obbligatorio”.

A suscitare i maggiori sospetti sono le cosiddette “aree di immunità” o meglio di impunità. Quelle zone grigie nelle quali la sottovalutazione degli atti, l’omissione dei provvedimenti, la personalizzazione dei comportamenti al di fuori dei protocolli si trasformano in pelose complicità a salvaguardia dei colpevoli e a ulteriore sopraffazione delle vittime. Proprio per costruire un fronte comune nei confronti degli abusi sui minori, oggi a Ginevra nasce Eca (Ending clerical abuse), un’associazione mondiale con il compito di dare forza al grido di dolore.

Eppure il motu proprio Come una madre amorevole firmato nel 2016 da papa Francesco è limpido come acqua di fonte: “I vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che hanno responsabilità di una Chiesa particolare, devono impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”. Ricordando che il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”, il Santo padre precisa: “Tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”. Il caso milanese è aperto. E ora è l’Onu a chiedersi perché promossi invece che rimossi.

(Trascrizione da La Verità, 7 giugno 2018)

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